Settembre 2015 - La scienza non è dogmatica, ogni ipotesi deve essere considerata “vera” fino a quando non si dimostra il contrario. Così, mentre ci si interroga ancora sul colore della pelle dei Faraoni e dei loro sudditi (erano neri?), una nuova specie del genere Homo, con caratteristiche primitive e moderne insieme, è stata scoperta in Sudafrica. Un ritrovamento che potrebbe far riscrivere la storia dell'evoluzione della nostra specie?

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  • Libia 2: Il "ragazzo" con la Nikon

      Con questo film, Il ragazzo con la Nikon * (vedi Libia 1), ovvero Libia, antiche architetture berbere, lo sguardo e la macchina fotografica di Lucio Rosa (archeologo, esperto di preistoria ed etnografia) si sofferma soprattutto su Ghadames, la romana Cydamus. Le prime notizie storiche risalgono al Regno di Augusto; fu occupata da Lucio Cornelio Balbo, diventando il punto più meridionale dell'impero romano, avamposto contro le tribù locali, Getuli e Garamanti. I Bizantini vi portarono il Cristianesimo e anche un vescovado. Poi nel VI secolo fu occupata dagli Arabi, che portarono l'Islam... ma l'atmosfera dell'antica città berbera è rimasta, coservata dagli anziani. Ghadamès è divisa in sette quartieri collegati ma autonomi, con propri edifici pubblici e mura; la sabbia si infiltra nelle fessure, nelle scarse aperture, si deposita nel viottoli. Così "il ragazzo con la Nikon" fa rivivere gli antichi quartieri e mercati, le ricche dimore, le torri e i minareti, i magazzini-fortezza per conservare i cereali, il labirinto di stradine sapientemente orientate per i venti e la luce. Incontra i rari passanti, che scivolano via quasi al buio, visita le abitazioni, ammira gli oggetti, le pareti bianche di calce con disegni geometrici  berberi e simboli esoterici, sale sulle terrazze delle case, sotto il cielo, il regno delle donne.

    Poi gli scatti immortalano il villaggio di Fursta: stretti sentieri si arrampicano sulle pendici del Jebel Nafusha, dove molti Berberi si installarono nel VII secolo in fuga dall'invasione araba. Case diroccate, porte divelte, un frantoio, una bianca  moschea che risalta  contro la  nuda montagna; all'interno, le colonne allineate, dai capitelli bizantini recuperati, reggono ancora la volta dell'oratorio. A Gsar al-Haj restano poche testimonianze, a parte lo straordinario "castello berbero", costruito nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla. E' un originale magazzino a forma di anello, le cui mura contengono oltre cento cellette su più livelli. In basso, parzialmente interrato, si conservava l'olio: più in alto, raggiungibili con scale e passaggi sopraelevati, le altre derrate alimentari.

    Anche la ricca oasi di Derdj è in rovina; l'imponente fortezza controllava dall'alta falesia a strapiombo sulla pianura il traffico di merci tra l'Africa Nera e il Mediterraneo. A Nalut invece è ben conservato il granaio per immagazzinare cereali e olio, una magnifica costruzione fortificata quattro secoli fa contro i Turchi. Infine Gsar Gharyan, a 600 metri di quota, con il suo "castello delle grotte". Le più antiche tribù berbere del'altopiano di Nafusah erano troglodite e scavavano case nel terreno alla profondità di 8-10 metri per proteggersi dal caldo e dal freddo: una serie di stanze e magazzini non più abitati, ma ancora oggi visitabili.

     *Regia, fotografia, montaggio, testi: Lucio e Anna Rosa- Durata: 30'  - Formato: Full HD 16:9

    © Studio Film Tv (pubblicazione foto gentilmente autorizzata dall'Autore)

  • Ricordando Lidia Cicerale

    Lidia Cicerale (prima a sinistra, insieme ad Attilio Gaudio) nel 2000, in una delle biblioteche del deserto della Mauritania (foto Sam Selmou)

    Il Centro Studi Archeologia African (CSAA - www.csaamilano.it ) ha ricordato con una giornata speciale "l'avventura umana e scientifica" di una persona che per trent'anni è stata l'anima e la mecenate di questo centro milanese, sito presso il Museo civico di Storia Naturale di Milano. Erano presenti in molti: gli innamorati dell'Africa e dell'archeologia, la famiglia commossa, e soprattutto i collaboratori, i co-fondatori del Centro, e gli studiosi che via via si sono inseriti ed hanno partecipato alle numerose missioni sul terreno, ricerche, congressi, seminari. "Sarà il nostro modo, hanno scritto gli organizzatori,  per ricordare Lidia Cicerale e per presentare una serie di nuovi contributi alla storia dell’Africa e, più in generale, alla conoscenza della vicenda umana."

    Hanno preso la parola Giulio Calegari e Giorgio Terruzzi, rievocando gli inizi e l'entusiasmo e la disponibilità di Lidia, e insieme a lei gli oltre 30 anni di vita del Centro Studi Archeologia Africana. Poi Gigi Pezzoli, attuale presidente del CSAA, ha presentato "Pierre Reinhard: un ricercatore francescano nel Nord Togo". Altri interventi hanno illustrato esplorazioni e ritrovamenti recenti nel Deserto Libico (Maria Emilia Peroschi e Flavio Cambieri) - il Gran Mare di Sabbia, GSS, e l'origine delle società moderne (Lorenzo De Cola) - il poggiatesta, confronto tra l'etnografia africana e l'antico Egitto (Franco Di Donato) - vita con una famiglia tuareg nell'oasi di Djanet, Algeria (Giovanna Soldini). E poi: Gilberto Modonesi: percezione del mondo nilotico da parte dei Romani - Itala Vivan: musei delle migrazioni, alle porte d'Europa (partendo dalla Porta d'Europa di Mimmo Paladino a Lampedusa) - Barbara Barich: il potere dell'immagine nella preistoria del Sahara. Infine Christian Dupuy (dell'Institut des Mondes africains) ha interpretato arti e società dell'Africa settentrionale in maniera molto interessante , parlando di una "médiation horizontale" (con la vita quotidiana, la sopravvivenza, tutto ciò che circonda l'uomo al suo livello) e la "médiation verticale", lo spazio virtuale del soprannaturale, del magico, del mistero.

    E per concludere, Giulio Calegari, "armato" di uno strumento musicale (comprato da Lidia) che non ha potuto suonare per mancanza di corde, ha lanciato "sguardi spontanei e voli pindarici sull'arte rupestre", e proiettato immagini di graffiti rupestri eritrei, in cui compare lo stesso strumento.

     

     

     

     

  • Etiopia 2020: acqua e fuoco (2)

     

    DIGA SUL NILO AZZURRO - Il riempimento e' iniziato

         

    Cascate del Nilo Azzurro dopo l'uscita dal lago Tana (Foto MGC, 2012)   Queste Cascate, conosciute come Tis Issat o Tissisat in amarico (acqua fumante) sono situate nella prima parte del corso del fiume, circa 30 km dalla cittadina di Bahar Dar e dal Lago Tana.

    E' in costruzione avanzata in Etiopia, nello stato di Benishangul-Gumuz, a circa quindici chilometri a est del confine con il Sudan la diga “Grand Ethiopian Renaissance Dam” o GERD (in amarico : ህዳሴ ግድብ) sul le Nilo Azzurro. Anzi, è iniziato questa estate lo riempimento nonostante l'assenza di accordi con gli stati confinanti. Immagini satellitari catturate tra il 27 giugno e il 12 luglio 2020 ritraggono l'incremento dell'acqua nel bacino a monte della grande diga, come del resto ha dichiarato il ministro delle Risorse Idriche, dell'Irrigazione e dell' Energia etiopico, Sileshi Bekele. Quello della diga è un progetto da circa 5 miliardi di dollari che, una volta ultimato, darà luogo alla centrale idroelettrica più grande dell'Africa, pari solo a quella di Inga, sul fiume Congo, nel Congo Kinshasa (che funziona però al 10/15 per cento della sua capacità). Chiamata anche Grande Diga del Millennio, o diga di Hidase, questa diga etiopica a gravità avrà una potenza installata di 6.450 MW, l’equivalente di sei reattori nucleari.        

    Il Nilo Azzurro (in arabo Baḥr al-Azraq), dalle acque limpide in contrasto con il Nilo Bianco, ha origine dall'Altopiano Etiopico di origine vulcanica, presso il lago Tana. Mentre il Nilo Bianco (con cui confluisce a Khartoum in Sudan, formando il Nilo) ha una portata quasi costante nel tempo, il Nilo Azzurro è caratterizzato da un regime irregolare, alla base delle piene fluviali annuali che hanno segnato la storia dell’Egitto fin dall’antichità. La costruzione e la messa in funzionamento di questa diga hanno quindi alterato degli equilibri millenari e minacciano la stabilità tra i paesi che sfruttano le acque del fiume. Il particolare l'Egitto, la cui vita continua ad essere legata al fusso e deflusso del Nilo.

    Il progetto, già auspicato dall'ultimo imperatore d'Etiopia Hailé Selassié, e approvato una decina di anni fa dall'allora premier Meles Zenawi (che ha posto la prima pietra il 2 aprile 2011), ha subìto ritardi per lo scandalo che ha coinvolto Metec (industria etiope di armi, attrezzature militari e macchinari fondata nel 2010). Il paese ha bisogno di energia pulita, eventualmente da esportare, per diversificare la sua economia prevalentemente agricola, compromessa dalla siccità, e attualmente anche dalle migrazioni delle locuste.  I lavori, iniziati cinque anni fa, sono stati realizzati principalmente dall’italiana Salini Impregilo (senza gara d'appalto), che ha collaborato anche ad altri lavori idroelettrici in Etiopia, e specialmente alle dighe sul fiume Omo, nel sud.

         

    Il Nilo Azzurro a qualche km dalle cascate (foto MCG, 2012)

    I lavori sono stati eseguiti su entrambi i lati del fiume, che è stato deviato durante la stagione secca mediante canali sotterranei o tubature per consentire la costruzione dello sbarramento. Il fiume così scorre nei canali di derivazione ai lati del muro. Durante la stagione delle piogge, l'acqua in eccesso, che non può defluire nei canali, si aggiungerà al lago che va formandosi dietro la diga. Eventualmente saranno chiuse le valvole a barriera di alcuni canali per aumentare il livelli dell'acqua a monte. Come riportato sul sito di Salini Impregilo, una volta terminati i lavori, il  bacino avrà una lunghezza di 1,8 chilometri e una profondità di 155 metri, con una capienza di circa 74 miliardi di metri cubi d’acqua, che saranno sfruttati per produrre almeno seimila megawatt di energia elettrica. Il gettito annuo del Nilo Azzurro è di 49 miliardi metri cubi.

    L’opera è stata autofinanziata, mentre in passato la Banca Mondiale e altre strutture internazionali avevano rifiutato, per non innescare tensioni con i vicini Sudan e soprattutto Egitto (i trattati internazionale del 1929 e 1959 avevano stabilito che i volumi d’acqua del Nilo dovevano essere divisi tra Egitto e Sudan). Etiopia, Egitto e Sudan avevano anche stipulato un accordo sulla creazione di un comitato scientifico, incaricato di studiare l’impatto della diga. Gli esperti avevano consigliato che, una volta ultimato lo sbarramento, durante la fase di riempimento (si calcola che ci vorranno non meno di tre anni) l’Etiopia avrebbe dovuto consentire la prosecuzione di un gettito d’acqua pari a 35 miliardi metri cubi, mentre l’Egitto ne pretende 40. Tuttavia l'Etiopia negli scorsi mesi ha annunciato la volontà di portare a conclusione il progetto, anche senza un accordo con Egitto e Sudan. Una decisione che ha indotto l’amministrazione Trump a bloccare i fondi, ma in soccorso del primo  ministro Abiy Ahmed è intervenuta la Cina.

    Tuttavia, appena ripresi i colloqui sulla spartizione delle acque del Nilo, i due paesi hanno espresso opinioni ancora divergenti (Il Cairo del resto ha sempre espresso perplessità sulla GERD, temendo un'eccessiva riduzione della portata del Nilo). Si prevedono trattative a ripartire da zero per gli scienziati e i politici, con l’intento di creare una reazione a catena, e trovare un accordo con i Paesi coinvolti per un equo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo, sia durante la fase di riempimento, già iniziata, che a regime.

          

    Lago Tana - Bahir Dar (Foto MCG, 2012) - Al tramonto - un pescatore , turisti -

    Il Nilo Azzurro nasce a Gish Abbai, un luogo sacro per la Chiesa etiope, con tre piccole sorgenti nel raggio di 20 metri, a 2 744 metri di altezza.  Il primo europeo a visitare il luogo fu il missionario cattolico spagnolo nel 1618. (vi sorge un venerato santuario). Questa sorgente si versa col nome di Lesser Abbai nel lago Tana.

     

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  • Dromedari in carovana: ottomila anni?

    Sono stati scoperti, per caso e recentemente, nel nord dell'Arabia Saudita, provincia di Jawf, tre promontori di arenaria rosa che ospitano dei bassorilievi in forma di animali in grandezza naturale. Bellissimi. Sono stati studiati per la prima volta nel 2016 e 2017 dagli archeologi sauditi e dall'équipe di Guillaume Charloux, del laboratorio Orient et Méditerranée, che ne hanno inizialmente  attribuito l'origine ai Nabatei (la cui cultura è geograficamente molto vicina). Non alle antiche tribù locali, anche se non è molto lontana l'oasi di Dùmat al-Jandakl, antico centro delle vie carovaniere, ormai in rovina. In effetti lo stile di questi dromedari si discosta "dalla tradizione della rappresentazione regionale, più schematica e in due dimensioni", ma si avvicina esteticamente alla famosa carovana scolpita nella città antica di Petra, in Giordania, dove i camelidi in fila sbucano di fronte al monumento funerario di Al-Khazneh.


    Quindi la prima datazione colloca l'origine del Camel Site nell'Antichità, tra il primo secolo a.C. e il primo secolo d.C. Tuttavia Maria Gaugnin, esperta di arte parietale dell'università di Oxford, che ha studiato il sito nel 2018 insieme ad archeologi del Max Planck Institute, ritiene  che questi animali (una dozzina di  camelidi e due animali che potrebbero essere asini, muli, cavalli) potrebbero essere molto più antichi. Forse le più antiche incisioni rupestri al mondo!

    Studiando il materiale litico presente sul sito, dove sono assenti tracce o vestigia più recenti, l'archeologa pensa che le sculture siano state eseguite 6500 anni prima di Cristo (quindi 6400 anni prima dei Nabatei), nel Neolitico. Anche l'analisi chimica delle incisioni e un esame dei segni degli strumenti litici trovati nel sito conferma la datazione: i dromedari non sono stati scolpiti con utensili in metallo, ma in pietra! Non sono stati rinvenuti infatti martelli, picconi o qualsiasi altra prova di insediamenti umani nella zona.

    Questa roccia clastica sedimentaria (dovuta alla cementazione, in periodi e strati diversi, di sabbie silicee, caolino e minerali contenenti  calcio, sodio, potassio e ossidi di ferro, da cui il colore rosa-rosso) è fragile. Infatti queste sculture oggi appaiono su uno strato di pietra della falesia profondamente eroso, e purtroppo molti pannelli di roccia sono caduti. Alcune figure sono incomplete, altre in parte distrutte. Possiamo solo immaginare come poteva essere il sito originale, che comprendeva camelidi ed equidi in grandezza naturale, spesso molto vicini, e scolpiti su due o tre strati uno sopra l'altro.

    La vicinanza alle rotte carovaniere fa pensare ad un luogo di sosta nel deserto, o di culto per venerare il sacro camelide "dono del cielo". Alcuni dei dromedari raffigurati nei rilievi hanno colli particolarmente sporgenti e ventri rotondi, caratteristiche tipiche degli animali durante la stagione degli amori. Era forse un sito legato alla fertilità o a un periodo specifico dell'anno, quando la comunità araba, composta da gruppi nomadi e dispersa in vari accampamenti nel vasto deserto, si riuniva a date fisse per celebrare nozze, scambiare informazioni o  merce, celebrare riti. Ma si ipotizza che possa essere anche stato, in tempi più recenti, un "segno di confine" fra proprietà.

    Così i Sauditi possono essere orgogliosi di un sito millenario, più antico delle piramidi egizie, e sintesi della cultura beduina che sarà, millenni più tardi, culla dell'Islam. Il Camel Site andrà a completare l'esposizione di bellezze antiche e sviluppo tecnologico prevista dal piano di sviluppo "Vision 2030", voluto dal principe ereditario Mohammed bin Salman per affrancare il regno dal petrolio. Asia News conferma che il Fondo Saudita di Sviluppo del Turismo (Tdf) ha appena firmato un accordo con il tour operator Seera Group. Resort di lusso da 200 appartamenti, ristoranti, negozi: il regno wahhabita non sarà più soltanto meta di pellegrinaggio religioso per i fedeli islamici, ma di vacanze miliardarie con la costruzione di una città futuristica sul mar Rosso, con riserva naturale, barriere coralline e siti archeologici. Si pensa anche al turismo nelle grotte calcaree, con un solo motto "non lasciare tracce, solo fotografie"

     

  • Scoperti utensili paleolitici in India

    I risultati dei lavori di un'équipe britannica (pubblicati sul quotidiano online The Independent) sembrano aggiungere nuove ipotesi alle teorie sull'evoluzione umana.

    Nel sito archeologico di Attirampakkam, nel sud-est dell'India (60 km da Chennai, Tamil Nadu) sono stati scoperti strumenti antichi di almeno 385.000 anni, epoca che coincide con il periodo in cui questa tecnologia sarebbe stata utilizzata per la prima volta dall'uomo moderno in Africa. Finora si pensava invece che L'India avesse conosciuto questa tecnica tra 140.000 e 46.000 anni anni fa, con la migrazione dall'Africa dell'uomo moderno. Questa scoperta anticiperebbe questa migrazione dall'Africa verso l'Asia ad almeno 400.000 anni fa; sarebbe quindi più antica di quanto si pensava? Oppure gli ominidi indiani di quell'epoca hanno sviluppato una propria cultura del Paleolitico Medio? E ancora: si tratta di uomini moderni o di Neandertaliani o di altre specie arcaiche?

      Rimangono quindi molti interrogativi, soprattutto  per la mancanza di resti umani associati alle scoperte. Anche perché in passato si era parlato di utensili di un milione e mezzo di anni! 

  • Kolowaré 2°

    Scrive Padre Galli: VISITE DALL'ITALIA

    Ancora una volta il Centro Sanitario di Kolowaré ha ospitato un gruppo di medici e dentisti dell’AVIAT (Associazione Volontari Italiani Amici Togo). Questo organismo aveva già provveduto, qualche anno fa, ad allestire un gabinetto dentistico nel Centro, ed ora è perfettamente funzionante. Questo ambulatorio continua la sua attività con un tecnico dentista formato dai dentisti italiani. Questa volta il gruppo era numeroso: presente il responsabile, dottor Gianfranco Mirri, due dentisti, Alessandro e Denis, quattro dottoresse e una infermiera. Con loro erano presenti alcuni oculisti locali che hanno operato un centinaio di pazienti di cataratta. Tutte le spese, intervento, medicine, vitto e trasporto per medici e ammalati, sono stati presi in carico dall’AVIAT.

                      

    Operati in attesa di controllo - Pazienti in attesa

    Il gruppo si è installato al Centro Sanitario, guidato dalla nuova responsabile suor Claire. Il primo giorno hanno lavorato solo la mattinata. Nel pomeriggio siamo andati tutti in un villaggio della parrocchia di Affem Kabyè, ad una cinquantina di km da Kolowaré, per vedere i lavori di scavo per un pozzo, offerto da due dottoresse. Le macchine trivelle erano già sul posto e al lavoro dal mattino. Ad una settantina di metri hanno trovato una roccia, perforata, e da sotto è zampillata una polla d’acqua talmente importante, limpida e pulita, che tutti si sono messi ad applaudire.

                          

    Ad Affem per il rinfresco- E l'acqua esce in abbondanza

    Padre Roberto, il parroco, ci ha poi condotto ad Affem dove, in un parco allestito nel terreno della parrocchia, ha offerto a tutti un rinfresco con pollo arrosto e frittelle di ignami. Affascinati dal posto e dall’ambiente i dottori hanno deciso di venire, il giorno dopo, a curare gli ammalati del luogo. Siamo poi ritornati sul luogo del nuovo pozzo e l’acqua fluiva abbondante. E così martedì 9 novembre tutti i medici, meno i dentisti, sono tornati ad Affem per offrire cure e medicine gratis a tutti.   

                                          

    Con Gamal accanto al nuovo pozzo - Bambino appena operato

    La voce della loro presenza si era diffusa. Il villaggio di Atchibodow è venuto a chiedere di fare una trasferta anche da loro. Giovedì 11, accompagnati da Jean, l’infermiere del Centro, si sono recati al villaggio. Fine mattinata passo a trovarli. I pazienti gremivano la piazza della Chiesetta. Era certamente molto laborioso avere un’attenzione particolare per ogni paziente.

                           Dentisti al lavoro

  • Monti Nuba, la resistenza di un popolo (Verona, martedì 3/5/2016)

                          In un’area grande più dell’Austria vive il popolo dei Nuba, circa un milione di abitanti, senza pace.
    Al "Martedì del mondo" del 3 maggio (organizzato dalla rivista Nigrizia) si è parlato della guerra che si sta combattendo da anni nella regione dei Monti Nuba, nello stato sudanese del Sud Kordofan. La serata, moderata da Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia, è iniziata con la proiezione di un documentario A scuola sotto le bombe (20’), realizzato lo scorso dicembre nei Monti Nuba da Francesco Cavalli, vicepresidente dell’organizzazione non profit Amani, e da Matteo Osanna, video maker. I due testimoni hanno spiegato la situazione che hanno trovato sul terreno e perché. Infatti, nonostante tutto, la popolazione nuba (musulmani e cristiani) è decisa a mantenere efficiente il proprio sistema scolastico. Come ha affermato in una recente intervista pubblicata su Nigrizia il vice-governatore dei Monti Nuba, Suleiman Jabuna Mohamed, per i Nuba l’educazione è il modo per affermare il diritto alla salvaguardia della propria diversità culturale e sociale, mentre "il governo di Khartoum usa l’islam come strumento di potere per dominare l’insieme dei popoli sudanesi", attuando una politica di emarginazione, sfruttamento e persecuzione etnica e bombardando con i caccia Mig e Antonov.
    A contrapporsi alla truppe governative sono le milizie dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan/Nord (Spla-N).
     
    Il conflitto nel Sud Kordofan è iniziato nel 1983, quando le popolazioni si schierarono con il movimento di liberazione Spla che si batteva per l’indipendenza da Khartoum. Nel 2005 si è arrivati a un accordo di pace che prevedeva il referendum di autodeterminazione degli stati del sud del paese, e nel luglio del 2011 è nato un nuovo stato: il Sud Sudan. Ma la posizione di tre regioni di confine con il Nord del Sudan – Sud Kordofan, Nilo Azzurro e Abyei – non è stata chiarita, e i tre stati che si erano battuti contro il regime sono rimasti sotto la sovranità di Khartoum. Di qui la ripresa delle ostilità.
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    I Martedì del mondo sono un ciclo di incontri (ottobre-giugno), che si tengono di norma il primo martedì di ogni mese, organizzati da Fondazione Nigrizia, dal Centro missionario diocesano, dalla rivista Combonifem e dal Cestim - Centro studi immigrazione.

     (Fonte: Missionari Comboniani - Vicolo Pozzo 1 - 37129 - Verona - Italia www.fondazionenigrizia.itwww.nigrizia.it )

     

  • Lo Sciamano del legno antico

    Arte africana? Solo la seconda foto! che ritrae alcune (tra le migliaia) opere d'arte africane raccolte ed esposte da Adolfo Bartolomucci nella sua galleria milanese*. La prima invece è arte alpina, della Val Gardena, dove la scultura lignea fa parte della tradizione secolare, e l'artista è Adolf Vallazza,  scultore di fama mondiale.  Nei due casi: arte o artigianato oppure entrambi? non ha importanza, il risultato è sempre qualcosa che evoca passato e presente, stupisce, emoziona, risveglia tutti i sensi. Protagonista è sempre il legno.

                      

    (foto Lucio Rosa)                                                                                  (foto Mila C.G.)

    L'artista africano sceglie il suo albero in funzione dell'oggetto da scolpire; così statua, maschera, feticcio, totem sarà il veicolo attraverso il quale gli spiriti, le divinità, gli antenati e le forze della natura si rendono presenti e visibili nello spazio umano. Gli oggetti di utilità quotidiana, quali spole per tessere, ciotole, sgabelli, sedie, alzatesta, strumenti per la cucina, sono fabbricati con molta cura. Per ogni settore della cultura esistono una serie di simboli e di stili specifici, compresi dalla comunità. 

    Anche l'artista alpino, "vive del legno, nel legno, parla con il legno...". Per questo il regista Lucio Rosa, bolzanese, gli ha dedicato il film** "Adolf Vallazza, sciamano del legno antico" presentandolo con queste parole: " Il bosco, silente e ordinato, i tronchi ravvicinati e umidi si sono affidati ad Adolf Vallazza. Un viaggio assorto e pieno di attese finisce nei linguaggi e nelle forme dell'uomo contemporaneo. L'artista non interroga la materia - che è già sua - ma il genio dei luoghi che l'ha generata. Con lui tesse il dialogo serrato che porta alle trasformazioni dei legni, programma i loro destini futuri e in loro soffia il suo spirito."

    Lo sciamano viene generalmente considerato come un guaritore e un mediatore tra il mondo conosciuto della realtà ordinaria e il mondo spirituale. L'arte di Adolf Vallazza può essere antropologicamente considerata sciamanica, perchè lavora legni antichissimi, a volte secolari, recuperati nelle case contadine delle sue valli: vengono dalle pareti delle stube, hanno visto la storia, passare tante generazioni e vicende, i vivi e i morti; sono corrosi, consumati, mangiati dalle tarme, con i segni delle scarpe chiodate dei contadini, che hanno camminato su di loro per anni e anni. Anche il colore varia a seconda della loro vita. Ci sono i legni grigi, i bluastri che hanno preso la pioggia, e quelli rossi, che sono bruciati dal sole. E' come un "viaggio" nel passato e in altre tradizioni la scultura in questi legni, che hanno vissuto e trasmettono "messaggi" dai mondi spirituali invisibili alla realtà. E poi ci sono le leggende nei paesi delle montagne, le Dolomiti; "anche se astratte, le  mie sculture, afferma Adolf, rispecchiano queste suggestioni. È il mio ambiente, la mia storia che mi ha dà l’ispirazione per la scultura. " 

    Il Maestro Adolf  Vallazza nasce nel 1924 ad Ortisei. Il padre è scultore in ferro; il nonno materno, Josef Moroder Lusenberg, è un pittore. Adolf fin da piccolo ama le arti e il disegno e  intaglia il legno. Negli anni quaranta e cinquanta inizia lavorare il legno dell'ulivo; per mantenere la famiglia e per passione diventa artigiano, con una ditta e sette operai. Crea statue per le Vie Crucis, crocifissi, sculture religiose della tradizione gardenese. Ma si ritaglia del tempo per studiare e fare ricerche, apre il suo studio di scultore ad Ortisei, e abbandona il legno dell'ulivo perchè lo considera di per sè già "un'opera d'arte della natura". Le prime sculture sono classiche, poi comincia a  sperimentare forme stilizzate e materiali nuovi, fino alle opere che l'hanno reso famoso, i Totem e i Troni. Ha quasi quarant’anni e infine può dedicarsi solo all’arte. Passa all'astratto, ispirato da Marino Marini, Henry Moore, e soprattutto dal grande Constantin Brâncuși, maestro per la sua semplicità, la capacità di ridurre i volumi, l’iconografia delle “colonne”. Sono gli anni '60; inizia ad allestire le sue prime mostre personali in Italia e all'estero. Nel 1968 cominciano a frequentare il suo studio d'artista importanti critici milanesi, come Marussi, Budigna e Mascherpa.

                                          

    (foto Lucio Rosa)                                                                                                      (foto Mila C.G.)

    Di sè racconta: "Sono un uomo che ha vissuto il scorso secolo, un novecentesco. Ho cominciato con la figurazione ... quello deve essere il punto di partenza. Non si può cominciare dall’astratto, l’astrazione si raggiunge in un secondo momento. Ancora oggi, in questi vecchi legni, faccio delle figure. Il figurativo è importante perché insegna il “mestiere”. Molti iniziano con l’astratto, e per me è impossibile, il corpo umano lo devi conoscere, devi entrare in possesso dell’anatomia, conoscere le forme…  Il materiale va capito e sentito."

     *African Art Gallery di Bartolomucci Adolfo - Via Caterina da Forlì, 28 - 20146 Milano Italy.

    **Titolo originale: Adolf Vallazza. Sciamano del Legno Antico Regia: Lucio Rosa  Anno di produzion2019 Tipologia:documentario  Genere: arte/biografico  Paese: Italia  Produzione: Studio Film TV      Formato di ripresa: Full HD 16:9Formato di proiezione: Full HD 16:9, bianco/nero Sito Web: http://www.studiofilmtv.it/film.asp?id=43&l=it  Durata: 40'

  • Costa d'Avorio, migrazione e miele

       Secondo i dati delle autorità italiane e del ministero degli interni della Costa d'Avorio, almeno 1500 ivoriani sono censiti ogni mese sulle coste italiane. E un terzo dei migranti che arrivano in Italia provengono dall'ex colonia francese del golfo di Guinea. Passano da Daloa, nel centro-ovest del paese, o da San Pedro nel sud-ovest, diretti comunque in Libia per poi raggiungere l'Europa. Eppure la Costa d'Avorio, paese poco popoloso e ricco di materie prime agricole come caffè e cacao, esercita, a sua volta, una forte attrazione sugli africani stessi dei paesi confinanti: Togo, Benin, Burkina Faso, Mali, Guinea, Senegal.
    Questa immigrazione dai paesi della sotto-regione francofona era stata favorita dalla Francia. E per tre decenni questa politica liberale aveva dato il diritto  ai "fratelli" dell'Africa occidentale di avere accesso alla terra ivoriana, ai pubblici impieghi e persino a diverse elezioni.
    Il clima è progressivamente e profondamente cambiato. Se i giovani ivoriani sono attirati dall'Europa o dal Canada, i confinanti sono attirati per le stesse ragioni dalla Costa d'Avorio. In effetti, secondo il FMI, questo paese sarà leader nella regione in materia di crescita economica per i prossimi due anni, con cifre tra il 7% e l'8%. Tuttavia in alcune regioni periferiche il tasso di disoccupazione resta alto. Per gli immigrati è difficile trovare lavoro, e più facile entrare nelle spire della criminalità. 
    Gli sforzi dei paesi occidentali, insieme alle nazioni africane terra d'esportazione, dovrebbero favorire il legame tra i nativi e la loro terra, non il land grabbing o l'importazione di manodopera e di cervelli.
    Una piccola iniziativa esemplare da moltiplicare, per legare invece gli africani alla loro terra, è nata nel nord ovest della Costa d'Avorio a Kani, zona tropicale. Qui molti giovani di etnia mossi, provenienti dal Burkina Faso (ex Alto Volta) dove hanno abbandonato le terre d'origine, sono migrati per cercare un improbabile lavoro. Così un giovane missionario del Pime (Pontificio istituto missioni estere), il brasiliano padre Valmir Manoel Dos Santos, ha lanciato un progetto di apicoltura!
    Si chiama "Wend Songda", cioè "onnipotenza di Dio" nella lingua mooré parlata dai mossi. Una piccola realtà in un contesto prevalentemente musulmano (90%), con 7-8% animisti, 2% cristiani e 1,5% cattolici. Con l'aiuto del consiglio parrocchiale di Kani, di alcuni esperti locali e della capitale Abidjan, (ma anche della Fondazione Pime) sono state installate cinquanta arnie e il miele verrà raccolto e commercializzato dalla cooperativa creata allo scopo. In effetti il miele è molto ricercato in tutto il paese, e nella zona la produzione è scarsa. Inoltre il progetto incoraggia anche l'autonomia oltre alla formazione, poiché una volta imparato il "mestiere", gli apicoltori, anche non cristiani, potranno lavorare anche in proprio, senza abbandonare la cooperativa.

  • Tracce di un DNA sconosciuto in Africa?

    Alcuni uomini dell'Africa Occidentale possiedono un DNA ibridato con un misterioso ominide sconosciuto, risultato da incroci di Homo sapiens con altre specie arcaiche esistenti migliaia di anni fa. Questo DNA è stato in parte trasmesso all'uomo moderno, unica specie sapiens attualmente vivente sulla Terra. Ora due scienziati dell'Università di California (Los Angeles) hanno trovato un altro DNA sconosciuto presso il popolo Yoruba, in Africa occidentale. Ricerca complicata dal clima caldo umido che altera lo studio di codici genetici.

    Però, applicando il metodo statistico (secondo il Progetto 1000 genomi), Durvasula e Sankararaman hanno determinato che circa l'8% del genoma yoruba è riconducibile ad una specie arcaica "fantasma", percentuale variabile a seconda delle regioni (e quindi riconducibile a incroci con popolazioni diverse, fenomeni di deriva genetica, selezione di geni sfavorevoli, isolamento, migrazioni).

    Chi può essere il fantasma? I ricercatori scartano i Pigmei (il cui codice, sequenziato, non coincide con quello degli Yoruba), i neandertaliani e i denisoviani (poco possibili geograficamente), e anche Homo naledi dal piccolo cervello (250.000 anni fa, nelle pianure sudafricane). Homo heidelbergensis (200.000 anni fa) rimane il candidato più probabile: probabilmente nato in Africa si ipotizza che si sia diffuso ed evoluto in quattro sottospecie. Homo heidelbergensis "heidelbergensis " includerebbe fossili africani ed europei, crani con architettura arcaica e caratteri derivati; H.heidelbergensis "rhodesiensis" sarebbe la varietà africana da cui sarebbe nato Homo sapiens; H. "daliensis" sarebbe la sottospecie asiatica non-herectus, comprendente l'Homo di Denisova; H.heidelbergensis "steinhemensis" che sarebbe la varietà europea pre-neanderthaliana, comprendente gli individui spagnoli della Sierra de los Huesos di Atapuerca. Questi resti spagnoli fanno ritenere che la separazione delle linee evolutive di H.sapiens sapiens, H.di Denisova e H.neanderthalensis risalga a quasi 1 milione di anni fa, mentre secondo la genetica la divergenza tra le tre tipologie sarebbe avvenuta circa 500.000 anni fa.

  • Togo, religioni e riti

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    La missione della SMA a Kolowaré (foto Silvano Galli)

    Dal Togo, padre Silvano Galli, missionario della SMA (Società Missioni Africane) ci invia ogni mese una storia, una testimonianza, un film documentario di parole e immagini sulla vita quotidiana a Kolowaré. Questa volta il messaggio è importante: il tipo di rapporti che esistono in questo angolo d'Africa fra Cristiani e Musulmani. Reciproco rispetto e partecipazione. Ecco in breve il suo racconto. 

    "Lunedì 12 settembre abbiamo festeggiato l’Aïd el Kebir, o Tabaski. La festa ha luogo due mesi lunari e dieci giorni dopo la fine del Ramdam. Kolowaré è alla grande festa, per piccoli e grandi. Nella tradizione musulmana questa festa commemora il sacrificio del figlio di Abramo, Ismaele, cui l’angelo Gabriele ha sostituito un ariete. Abramo è colui che adora il Dio unico senza compromessi, modello per ogni musulmano. La sua fede comporta sottomissione e obbedienza. Con la celebrazione dell’Aïd el kebir i musulmani si uniscono ai pellegrini della Mecca che, in questo giorno, terminano il loro pellegrinaggio centrato sulla domanda di perdono... ".

    Padre Galli , invitato, cerca l'amico Bassarou e gli dà la somma pattuita per partecipare alla cerimonia. "Davanti gli uomini, dietro le donne e i bambini. Inizia la grande preghiera. E’ l’Imam che la dirige. I fedeli, in piedi, in ginocchio, prostrati, seguono le sue indicazioni. Preghiera di intercessione, adorazione, ringraziamento, perdono. Al termine, mentre l’assemblea si scioglie, l’Imam e il capo villaggio continuano con preghiere personali per tutta la comunità e una esortazione sui problemi del villaggio." 

    Poi i fedeli si dirigono verso l'abitazione dell'Imam, davanti alla quale sarà immolata  la prima vittima.

    "Un gruppo di gente è attorno al bue steso e legato a terra. Gli viene chiuso il muso, poi il sacrificatore si avvicina e fa questa preghiera: Nel nome di Allah! Dio è grande! Mio Dio, da te, di te, e per te questo sacrificio. Accettalo da me come l’hai accettato dal tuo amico Abramo. Con un taglio netto recide poi la iugulare aprendo poco alla volta il collo dell’animale. Il sangue cola nella fossetta sottostante. Tutt’attorno un nugolo di gente che partecipa intensamente al rito. Bassarou mi accompagna nella piazza accanto dove sarà sacrificato un grosso giovenco, offerto in nome del capo villaggio. Con una novità. Un musulmano tedesco fa la preghiera prima  dell’immolazione, evocando e pregando per i sette amici che hanno contribuito all’acquisto dell’animale."  Padre Silvano si avvia poi verso le corte di Afo Goma per partecipare al sacrificio in onore del vecchio padre Wuro Adam, deceduto un paio di anni fa.

    Ma un giovane della missione lo cerca urgentemente perché "è deceduta Adjeretou, l’abbiamo portata al cimitero alle 3 di stanotte”. Altro dramma nella comunità cristiana: la notte precedente era deceduto, in un incidente stradale, il giovane Prosper Assimadi, e il padre è stato chiamato per il funerale.

    Ma la festa al villaggio continuerà per tutta la settimana. E non è finita! Pochi giorni dopo, alle 7 è arrivata alla missione una delegazione del capo villaggio con tre bacinelle di grossi ignami e due polli. E' il loro contributo alla festa del sabato  successivo, giorno in cui Padre Silvano ricorderà con la comunità  suoi cinquant'anni di ordinazione (avvenuta ad Omegna, sul lago Maggiore, il 1° ottobre 1966).

    Questa festa è poi durata tre giorni, e ai presenti, comprese le delegazioni dei villaggi, padre Silvano ha offerto un pacchetto di mandorle con la scritta: “sotto l’apparenza rugosa della scorza, si trova la preziosa mandorla”. Al termine di canti e danze, si avvicina l'amico Giagafo: “Grazie per aver festeggiato con noi, e non nel tuo villaggio d’origine, anasara moola”  (Bianco moola, il clan regale dei Kotokoli).

    P. Silvano Galli Kolowaré, B.P. 36 SOKODE - Togo
    T. 00228. 90977530 - 00228.24451012

  • 2016 Nigrizia: Libia e la sfida dell' IS

    Come ogni martedì, Nigrizia organizza un incontro-dibattito-informazione su un argomento di attualità. Il 5 aprile 2016 (ore 20,30 – sala Africa dei Missionari Comboniani in Vicolo Pozzo 1, Verona) si parla di Libia, la sfida del Gruppo Stato Islamico. Sarà un dialogo tra il direttore di Nigrizia, p. Efrem Tresoldi, con il prof. Antonio M.Morone, ricercatore in Storia dell’Africa all’Università di Pavia. “La guerra non è il mezzo adeguato per sconfiggere il terrorismo del Gruppo Stato islamico (Is) né tantomeno per portare stabilità in Libia». È un passaggio del documento contro la guerra, lanciato il 9 marzo dalle riviste missionarie e dell’area nonviolenta.  

    “La Libia rappresenta il classico esempio - scrive Nigrizia- degli orrori occidentali, applicati nel sud del mondo. Con la complice collaborazione delle petromonarchie del Golfo e dell’Egitto." Orrori, quindi errori, smania di potere, di risorse, di territorio, di appalti. Si dimentica  “che la Libia, -continua Nigrizia- come l’abbiamo imparata a conoscere sugli traffici illegali di armi, persone e droga, all’accesso alle risorse minerarieatlanti, non esiste più.  Dopo 42 anni di tirannia gheddafiana, i poteri formali non contano più nulla. E quelli informali sono impegnati ad arraffare ciò che vale tra Sahara e Sahel: dai traffici illegali di armi, persone e droga, all’accesso alle risorse minerarie"..”  Tripoli, novembre 2009 (foto Mila C.G.)

    Sarà possibile una soluzione politica? L’obiettivo è la spartizione del paese tra le potenze interventiste e i loro referenti locali? E’ il momento di agire con la forza?  “Magari con l’avallo dell’Onu. - conclude Nigrizia- al di là dei vari schieramenti in campo (il governo di Tobruk e quello di Tripoli; laico il primo, islamista vicino ai Fratelli musulmani il secondo) e delle decine se non centinaia di bande armate che controllano più o meno grandi fette di territorio”.

    Per informazioni: Fondazione Nigrizia Onlus: 045.8092390 - Centro Missionario Diocesano: 045.8033519  - Missionari Comboniani -  37129 - Verona -Tel. 045.8092290 -www.fondazionenigrizia.it   www.nigrizia.it   www.museoafricano.org

     

     

     

     

  • Homo naledi e Cheikh Anta Diop: due interrogativi

    Settembre 2015 - La scienza non è dogmatica, ogni ipotesi deve essere considerata “vera” fino a quando non si dimostra il contrario. Così, mentre ci si interroga ancora sul colore della pelle dei Faraoni e dei loro sudditi (erano neri?), una nuova specie del genere Homo, con caratteristiche primitive e moderne insieme, è stata scoperta in Sudafrica. Un ritrovamento che potrebbe far riscrivere la storia dell'evoluzione della nostra specie?

  • L'Africa che scompare: i Pigmei Babinga

       (foto L.Rosa) 

    "Addio BaBinga, piccoli uomini della foresta": così s'intitola il nuovo lavoro di Lucio Rosa con la moglie Anna.

    Regista, documentarista, giornalista, fotografo, Rosa ha raccolto e commentato le sue storiche foto-documento in bianco e nero scattate trent'anni fa nella Repubblica Popolare del Congo, Africa Equatoriale.  Foto che saranno oggetto di una mostra  programmata per fine estate a Bolzano. Inaugurazione il 9 o 10 settembre 2019 in via Orazio, Espace La Stanza, dove l'anno scorso (febbraio 2018) si era tenuta un' altra mostra fotografica dal titolo "Antiche architetture berbere. Lybia by Lucio Rosa".  Anche qui foto sempre (o quasi) in bianco e nero, che per Lucio "è il colore base della fotografia. Soprattutto certe foto, devono essere fatte di luci e ombre, più che di colori".

    In Libia questo artista della luce ha "catturato architetture incredibili, soprattutto a Ghadames", dove ha girato anche un film dal titolo "Con il fango e con la luce". In Congo invece è l'elemento umano che fa da protagonista, anche perché queste foto sono un addio: "addio in un quanto, pur esistendo ancora i BaBinga, ed essere ancora "piccoletti", dice il regista, la loro cultura, le loro tradizioni, sono ormai "perdute" per sempre. I BaBinga, come anche altri Pigmei, sono usciti dalla foresta per vivere accanto e con i Bantu, in un rapporto che li vede sicuramente perdenti. Con le fotografie ho documentato le ultime testimonianze di questo fragile microcosmo, di cui ho voluto cogliere la sua anima originaria."

    Nella foto in alto (gentilmente concessa dall'Autore come quella in basso), vediamo tre generazioni: il bambino, l'adolescente e l'adulto nel loro habitat tradizionale. Ma per quanto tempo? Superstiti testimoni di epoche antichissime, i pigmei Babinga continuano ad essere studiati soprattutto per definire gli elementi originari e genetici della loro civiltà, che probabilmente ha costituito il substrato africano preistorico nella vasta area del Sahara centrale, dagli altopiani orientali all'Atlantico. Furono poi respinti nelle aree forestali più impervie dall'espansione del gruppo negroide, parzialmente fondendosi con questo nelle aree marginali.

    Questi piccoli uomini sono dunque la testimonianza di quella che fu probabilmente la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. La buia e impraticabile foresta equatoriale ha contribuito a proteggere le loro caratteristiche. Oltre ai TYwa e Tswa, sostanzialmente pigmoidi anche se meticciati con elementi negroidi, si distinguono due raggruppamenti, considerati i più "puri": i Mbuti o Bambuti, suddivisi in alcune famiglie che nomadizzano nel bacino dell'Ituri, e i BaBinga o Binga, con  numerose tribù, praticamente sedentari nel bacino del basso Oubangui fino alla sua confluenza con il Congo.

    I Pigmei non vanno considerati semplicemente dei Neri in miniatura. Le loro caratteristiche somatiche e genetiche li collocano in un gruppo peculiare, con una propria differenziazione e una conformazione che per le proporzioni ricorda abbastanza da vicino quella di un bambino nella prima infanzia (fenomeno di isolamento o neotenia?): statura molto piccola (media oscillante da 1,37 m a 1,45 m); cranio tendenzialmente brachimorfo; pelle di colore giallo-rossiccio più o meno scuro, ma non nero; occhi castani; capelli corti e crespi; barba ben sviluppata; labbra pronunciate; naso decisamente platirrino; tronco relativamente lungo rispetto agli arti inferiori che appaiono brevi; arti superiori piuttosto lunghi, frequenza di un fattore glubulinico specifico e di gruppi sanguigni A e B più alta rispetto a quella del gruppo negroide, minore pelosità, presenza di un fattore glubulinico specifico, infine bassa incidenza di anemia falciforme.

    (foto Lucio Rosa)

    Ma le cose stanno cambiando repentinamente: l'impatto con altre civiltà sta fatalmente inquinando, come in altre parti del mondo, cultura e tradizioni. Eppure il cuore di Lucio Rosa è sempre là: "Io l’Africa la conosco dal di dentro, nel male e nel bene.** Ho evitato le bombe, sono stato boicottato, tanti miei progetti sono svaniti nel nulla... La prima volta che sono andato in Africa mi ha lasciato stordito. Amo i profumi, i colori, la gente dell’Africa. Erano sempre disposti ad aiutarci quando dovevamo girare. A cominciare dai Pigmei. Ma sta tutto cambiando purtroppo. Nella prima scena di un mio film, che mi ha chiesto Piero Angela, c’è un Pigmeo con l’arco e le frecce, nell’ultima c’è un Pigmeo con un fucile. Ho detto tutto".

    *Babinga, piccoli uomini della foresta - Italia - Regia: Lucio Rosa - Durata: 27’
    Anno di produzione: 1987 - Produzione: Studio Film Tv
    Consulenza scientifica: Lucio Rosa

    **Altri lavori di Lucio Rosa, gentilmente concessi per la mostra di Attilio Gaudio, sulle biblioteche del deserto, a Milano, nel 2008: Scrivere sulla sabbia
    Il Segno sulla Pietra (58') (2006)   -      Bilâd Chinqît - Il Paese di Chinguetti (59') (2004)


  • Kolowaré 1°

    Da Padre Silvano Galli (conosciuto in Costa d'Avorio tanti anni fa) ricevo regolarmente le interessanti "cronache di Kolowaré" *. Questa volta pubblico quasi integralmente (in due puntate) il suo messaggio con relativa cronaca e foto.

    Hanno appena lasciato Kolowaré. Quattro dottoresse, una infermiera, due dentisti, e il capo gruppo dell’AVIAT, di cui il gruppo fa parte, il ginecologo Gianfranco Mirri. Tutti dell’Emilia Romagna. La loro presenza ha coinciso con l’operazione della cataratta per un centinaio di persone.

               

    Due dottoresse del gruppo hanno voluto anche fare un gesto molto concreto, oltre al loro lavoro di medico a Kolowaré e altrove. Hanno finanziato un “forage”, cioè una trivellazione, per un pozzo, con annessa pompa. E hanno potuto assistere alle varie fasi dei lavori. E il giorno dopo sono ritornati nel villaggio per una giornata di cure, di assistenza, di visite agli ammalati del villaggio e dintorni. Qualche nota e foto su questo dono che l’AVIAT, ancora una volta, ci ha fatto. (segue)

                       

    *Silvano Galli - Paroisse St Léon IX - Kolowaré

    300 - B.P. 36  SOKODE -TOGO

    1. 00.228. 90977530  (WhatsApp)
    2. www.split.it/noprofit/koloware

     

  • Arti talismaniche a Milano

    Faccio seguito alla notizia pubblicata in Eventi  il 14 maggio 2021 (Arti talismaniche ... dal nord della Nigeria) a cura di Andrea Brigaglia* e Gigi Pezzoli*). Questa interessante mostra è ora allestita a Milano e resterà aperta fino al 22 gennaio 2022 (corso Buenos Aires 2, domenica e lunedì chiuso, altri giorni ore 10-12 e 15-17 - verificare orari apertura).

    Infatti così scrive Gigi Pezzoli: Cari Amici, diversi di voi ci hanno chiesto di poter vedere a Milano la mostra sulle arti talismaniche del Nord della Nigeria già presentata a Napoli nella scorsa primavera. Ci siamo riusciti. La mostra sarà inaugurata il 27 ottobre 2021, alle ore 18:00, presso la Galleria Lorenzelli Arte di Corso Buenos Aires 2, a Milano. Il titolo é invariato: Nel Nome di Dio Omnipotente - Arti talismaniche, pratiche di scrittura sacra e protettiva dal nord della Nigeria

                       

    Così Lorenzelli Arte continua la sua periodica programmazione di iniziative collaterali allo scopo di approfondire tematiche e ricerche sull’arte contemporanea, nella diffusione e confronto tra culture. Le sale espositive ospitano nel cuore di Milano una ricca serie di 80 opere inedite, appartenenti agli Hausa, un gruppo etnico di oltre 70 milioni di individui, stanziato tra il nord della Nigeria e il sud del Niger.
    Ci si immerge in un mondo di prevalente tradizione sufi, apparentemente lontano, ma che rimanda ad antiche pratiche protettive, divinatorie e taumaturgiche del Medio Oriente, del mondo greco-romano, della Cabala ebraica, fno all’alchimia occidentale medievale.

    La collezione si compone di autentici manoscritti religiosi e poetici, tavole utilizzate per lo studio e la memorizzazione del Corano, diplomi di completamento degli studi religiosi, tavole in legno e metallo per la protezione delle case e delle persone, oggetti simbolici come pelli e formule apotropaiche, esemplari di ricettari popolari sulle scienze esoteriche, talismani e oggetti per la divinazione.

    La ricerca ridimensiona una presunta magia soprannaturale africana, talvolta interpretata in accezione negativa dalla cultura occidentale. Interessante la creazione di un ponte tra magia e religione, intese come pratiche culturali di popoli solo apparentemente distanti, grazie anche al prezioso contributo di molti studiosi internazionali (Anastasia Grib, Constant Hamès, Aliyu Muhammadu Bunza, Elio Revera, Karimu Adejare Amao e Ismaila Abefe Bakare).

    *Andrea Brigaglia: ricercatore a tempo determinato (RTDB) presso il Dipartmento Asia, Africa e Mediterraneo dell’ Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Precedentemente, Senior Lecturer presso il Department of Religious Studies, University of Cape Town (Rep. Sudafricana). Nelle sue ricerche antropologiche, pubblicate in numerose riviste internazionali, si è occupato di aspetti storici, politici, letterari ed estetici dell’Islam contemporaneo in Nigeria. Ha curato insieme a Mauro Nobili, il volume TheArts and Crafs and Literacy: Islamic Manuscript Cultures in sub-Saharan Africa (De Gruyter, Berlin 2017).

    *Gigi Pezzoli: Presidente del Centro Studi Archeologia Africana presso il Museo di Storia Naturale di Milano. Membro del Comitato ordinatore del Museo degli Sguardi - Raccolte etnografche di Rimini. Responsabile della missione di ricerca in Togo del Centro Studi Archeologia Africana/Museo di Storia Naturale di Milano e del Ministère de la Culture du Togo/Université de Lomé. Membro del Comitato direttivo del Centro Studi di Storia delle Arti Africane - Università Internazionale dell’Arte di Firenze. Organizzatore di conferenze internazionali sulle culture dell’Africa. Curatore di diverse mostre e autore di pubblicazioni sull’antropologia e sull’arte tradizionale africana, tra cui la prima sulle tavole talismaniche Hausa, Alluna. Mondo e spiritualità Hausa (Centro Studi Archeologia Africana, Milano 2013).

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  • Scoperto un altro tempio solare in Egitto

    Sarebbero state trovate in Egitto le tracce di uno degli antichi templi solari costruiti dai faraoni; sarebbe il terzo dei sei di cui si ha notizia. Dedicati al dio Ra e al culto del sole al tramonto, questa tipologia di templi solari compare durante la V dinastia; venivano eretti dai faraoni per assicurarsi lo stato di dei durante la vita (mentre le piramidi garantivano loro l'eternità dopo la morte).  Ubicati ad ovest, da un accesso in penombra si giungeva, attraverso articolati passaggi al buio, ad un cortile sacro inondato dalla luce del sole; al centro, un obelisco e un altare per le offerte. Nei templi a cella invece si passava dalla luce solare al buio.

    Il primo tempio solare di cui abbiamo notizia è quello denominato Nekhen Ra (Fortezza di Ra) eretto 4500 anni fa da Userkaf, primo sovrano della dinastia, nel sito di Abu Ghorab. Si trova nel Basso Egitto, a sud-ovest del Cairo, sulla riva ovest del Nilo, dove inizia il deserto occidentale. 

    Il tempio solare meglio conservato è probabilmente quello di Nyuserra (Shesepu-ib-Ra, Delizia del cuore di Ra), quinto sovrano della dinastia, che regnò per un periodo di 24-35 anni nel 25° secolo a.C.. Fu scoperto dall'inglese Perring nel 1837 ma era già noto con il nome di "Piramide di Reegah”; fu poi studiato dall’ archeologo tedesco Ludwig Borchardt nel 1898. Si trova all’estremità settentrionale della necropoli di Abusir, campo sepolcrale dei faraoni della V dinastia (2465-2323 a.C.) e area centrale, per tutto il III millennio a.C., di quella che fu la più grande necropoli d’Egitto, presso Menfi, capitale durante l’Antico Regno (2575-2150 a.C.), e oggetto di nuovi studi una decina di anni fa.

    Ma per cinquant'anni non si sono verificate nuove scoperte di templi solari. Invece ora, scavando sotto i resti di questo tempio, gli archeologi hanno trovato,  dopo aver tolto la sabbia e i frammenti di pietra, la base di un pilastro di calcare bianco profondo 60 centimetri; poi una base più antica di mattoni e lastre di fango. Inoltre la scoperta di un nascondiglio segreto, con parecchie coppe da birra insabbiate nelle fondamenta (offerta rituale degli antichi Egizi nei luoghi più sacri) indicherebbe di essere in presenza proprio di un tempio solare, più antico e quindi sottostante al tempio di pietra.

    Il professor Massimiliano Nuzzolo (egittologo presso l'Accademia delle Scienze di Varsavia) afferma che si era già a conoscenza che c'era "qualcosa" sotto il tempio di pietra di Nyuserra; il fatto che si sia trovato un grande ingresso fa pensare ad un preesistente edificio, "forse un altro tempio solare, uno dei templi solari scomparsi..."

    Con la fine della V dinastia il tempio solare diventa meno importante. Ritorna poi con il Nuovo Regno, nella città di Amarna, con Akhenaton e il culto monoteistico di Aton, dio del sole e garante di vita. Il culto del sole aveva avuto origine già nel periodo predinastico, con i Shemsu-Hor, gli adoratori del dio sole, il "Signore dei due orizzonti".

     

  • UN MISURATORE SOLARE PREISTORICO

    L’archeologa  Mercedes Versaci (Gruppo PAID HUM-812 del dipartimento di Preistoria dell’ Università di Cadice) ha scoperto – in  una grotta della Sierra della Plata, punta meridionale della penisola iberica vicino a Gibilterra - una pittura rupestre che funge da indicatore solare. Una scoperta finora unica in Spagna. Stava preparando una tesi (dal titolo “El sol, símbolo de continuidad y permanencia: un estudio multidiscilpinar sobre la figura soliforme en el arte esquemático de la provincia de Cádiz”) nella zona intorno alla laguna de La Janda, (oggi a secco) nel comune di Tarifa, dove sono stati registrati circa trecento rifugi preistorici con pitture rupestri. In ventidue di essi  appare una figura a forma di sole.

    Ma nella Cueva del Sol (una piccolissima grotta di difficile accesso ma molto visibile) la studiosa ha scoperto un disco di 24 centimetri, geometricamente perfetto, con dodici raggi orientati verso il calar del sole. E l’unico raggio  dipinto coincide con  l’ultimo filo di luce del crepuscolo del solstizio d’ inverno. Quindi una specie di calendario agricolo per sapere quando le giornate avrebbero iniziato ad allungarsi e seminare, quando le piante sarebbero cresciute insieme al sorgere del sole più presto ogni giorno, quando ci sarebbe stato il raccolto, quando la terra avrebbe avuto un periodo di riposo. E questo ciclo si sarebbe compiuto al successivo solstizio d’inverno per ricominciare. Quindi una concezione del tempo circolare e una pittura rupestre risalente molto probabilmente alla preistoria recente, quando l’uomo già praticava l’agricoltura. Infatti le piante sono rappresentate in altre grotte con figure ramiformi e associate a idoli per rituali magici.

                               

    Fonte: europasur.es | 22.01.2017 - Red Española de Historia y Arqueologia

     

     

     

  • Charles de Foucauld: cent'anni dalla scomparsa

      Al Pime di Milano (via Mosé Bianchi 94) si parlerà mercoledì 12 ottobre 2016 (ore 21) dell'attualità di Charles De Foucauld a cent’anni dalla sua morte.  "Sorella ANTONELLA FRACCARO delle Discepole del Vangelo, grande conoscitrice del “Fratello Universale”, cerca di tradurre nella quotidianità della sua vita, insieme alle consorelle, la spiritualità di De Foucauld, declinata in uno dei tanti «piccoli nidi di vita fervente e laboriosa» che sono nati dalla sua ispirazione, a servizio di Dio nell’adorazione eucaristica e nell’annuncio rispettoso e discreto del Vangelo." Il suo intervento, precisa il Centro Missionario, si inserisce nel ciclo di incontri dell’OTTOBRE MISSIONARIO PIME 2016 sul tema: “FRONTIERE. PERCORSI DI RIFLESSIONE AI CONFINI DELL’ESISTENZA”.

    Inoltre, sabato 3 dicembre, si terrà a Milano presso la Caritas Ambrosiana (via S.Bernardino 4, ore 10,30) un convegno in ricordo del "piccolo fratello universale".

  • Paleoantropologia, nuova scoperta in Israele

    Una vertebra umana preistorica, datata 1,5 milioni di anni,  è stata scoperta nel nord di Israele, nella valle del Giordano, a Ubeidiya, dagli archeologi della Università Bar-Ilan, diretti da  Alon Barash, insieme al Collegio Accademico Ono, l’Università di Tulsa e l’Autorità delle Antichità di Israele. Importante scoperta, che  dimostra l'esistenza di ondate migratorie diverse "out of Africa". Infatti é il secondo fossile arcaico di ominide trovato al di fuori dell’Africa; i più antichi risalgono a 1,8 milioni di anni fa e sono stati rinvenuti a Dmanisi, in Georgia.

    Vertebra, Ubeidiya (Israele)- foto a) superiore b) posteriore c) inferiore d)frontale (Dr. Alon Barash, Università Bar-Ilan)

    La storia di questo osso inizia nel 1959, quando un agricoltore del Kibbutz Afikim, lavorando un terreno in una zona che non era ancora riconosciuta preistorica, portò alla luce alla luce alcune ossa, inclusi un teschio e alcuni denti. Gli scavi iniziarono nel 1960, e nel 1966 l’archeologo Moshe Stekelis trovò questa vertebra, che fu messa in una scatola con la scritta "Homo?" e dimenticata. Dopo vent’anni, la paleoantropologa dell’Università di Tulsa, Miriam Belmaker, che stava lavorando sulla ricostruzione del paleoclima dell’Ubeidiya preistorica, rianalizzò tutti i fossili trovati nel sito. E, scoprendo quel pezzo di spina dorsale, capì subito che non era una scimmia: il reperto, non completamente ossificato, è molto più grande anche di quello degli erectus africani. Secondo gli scienziati, poteva trattarsi di un caso di ossificazione ritardata, e in tal caso il bambino, pur restando un soggetto molto “robusto”, avrebbe avuto un’età compresa tra 6 e 12 anni alla morte, un'altezza presunta di un metro e mezzo, e un peso di 45-60 chili!

    Tuttavia, da allora iniziò un incessante studio comparativo su tonnellate di vertebre di antichi ominidi, umani moderni, iene, rinoceronti, leoni, scimmie e altri animali sospetti. In conclusione, dopo aver fatto una comparazione delle tre vertebre presacrali inferiori (negli esseri umani moderni, nei Neanderthal, negli Australopitechi, e negli scimpanzé) e dopo aver escluso che si trattasse di un animale, gli scienziati hanno stabilito la giovane età dell’ominide in base alla parziale ossificazione. Il che fa però ipotizzare una possibile statura media in età adulta intorno ai 2 metri.

    E' stata studiata anche la cultura materiale dei due siti, georgiano e israeliano. Mentre a Ubeidiya i manufatti di pietra e silice, le accette di basalto, gli utensili da taglio sono associati alla cultura acheuleana avanzata (Paleolitico inferiore), gli utensili di pietra di Dmanisi appartengono alla cultura olduvaiana primitiva (Paleolitico inferiore arcaico), risalente a ondate di migrazioni di ominidi arcaici durante il Gelasiano, il periodo più antico del Pleistocene.

    Quindi le due diverse industrie sono state prodotte da due diverse specie umane arcaiche. E il bambino "gigante" della Valle del Giordano e l’Homo georgicus di Dmanisi non sarebbero della stessa specie. Il che significa che gli archeologi hanno scoperto una nuova specie, un anello mancante nell'evoluzione umana, e che le migrazioni in Africa avvennero in più ondate, in un lasso di tempo che le separa tra loro dai 200.000 ai 300.000 anni.?

    Per Alon Barash non c'è dubbio: "Data la differenza tra le dimensioni e la forma di questa vertebra e quelle riscontrate in Georgia riteniamo evidente e senza equivoci la presenza di due ondate migratorie distinte". Da un altro punto di vista, la paleoantropologa Miriam Belmaker (Università di Tulsa) afferma in sintesi: Una delle principali domande rispetto alla diffusione umana fuori dall’Africa sono le condizioni ecologiche. In teoria si discute se gli antichi ominidi, lasciando le foreste africane, avessero preferito un habitat di savana o di bosco umido. La scoperta di due specie diverse a Dmanisi e Ubeida, concorda con un clima diverso: più umido e compatibile con quello mediterraneo vicino al lago, e più secco e boscoso nel Caucaso. Inoltre le due specie hanno prodotto due tipi di utensili di pietra diversi.

    In conclusione l’antica migrazione umana dall’Africa verso l’Eurasia, di circa 1,8 milioni di anni fa (nel Caucaso, Repubblica di Georgia), non fu un evento unico, ma è stata seguita da una seconda, di approssimativamente 1,5 milioni di anni, in Israele a sud del lago di Tiberiade, il Mar di Galilea.

     (ECG)

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