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- Venerdì, 23 Febbraio 2018 21:11

(foto L.Rosa)
In Libia questo artista della luce ha "catturato architetture incredibili, soprattutto a Ghadames", dove ha girato anche un film dal titolo "Con il fango e con la luce". In Congo invece è l'elemento umano che fa da protagonista, anche perché queste foto sono un addio: "addio in un quanto, pur esistendo ancora i BaBinga, ed essere ancora "piccoletti", dice il regista, la loro cultura, le loro tradizioni, sono ormai "perdute" per sempre. I BaBinga, come anche altri Pigmei, sono usciti dalla foresta per vivere accanto e con i Bantu, in un rapporto che li vede sicuramente perdenti. Con le fotografie ho documentato le ultime testimonianze di questo fragile microcosmo, di cui ho voluto cogliere la sua anima originaria."
Nella foto in alto (gentilmente concessa dall'Autore come quella in basso), vediamo tre generazioni: il bambino, l'adolescente e l'adulto nel loro habitat tradizionale. Ma per quanto tempo? Superstiti testimoni di epoche antichissime, i pigmei Babinga continuano ad essere studiati soprattutto per definire gli elementi originari e genetici della loro civiltà, che probabilmente ha costituito il substrato africano preistorico nella vasta area del Sahara centrale, dagli altopiani orientali all'Atlantico. Furono poi respinti nelle aree forestali più impervie dall'espansione del gruppo negroide, parzialmente fondendosi con questo nelle aree marginali.
Questi piccoli uomini sono dunque la testimonianza di quella che fu probabilmente la vita dei cacciatori-raccoglitori della preistoria. La buia e impraticabile foresta equatoriale ha contribuito a proteggere le loro caratteristiche. Oltre ai TYwa e Tswa, sostanzialmente pigmoidi anche se meticciati con elementi negroidi, si distinguono due raggruppamenti, considerati i più "puri": i Mbuti o Bambuti, suddivisi in alcune famiglie che nomadizzano nel bacino dell'Ituri, e i BaBinga o Binga, con numerose tribù, praticamente sedentari nel bacino del basso Oubangui fino alla sua confluenza con il Congo.
I Pigmei non vanno considerati semplicemente dei Neri in miniatura. Le loro caratteristiche somatiche e genetiche li collocano in un gruppo peculiare, con una propria differenziazione e una conformazione che per le proporzioni ricorda abbastanza da vicino quella di un bambino nella prima infanzia (fenomeno di isolamento o neotenia?): statura molto piccola (media oscillante da 1,37 m a 1,45 m); cranio tendenzialmente brachimorfo; pelle di colore giallo-rossiccio più o meno scuro, ma non nero; occhi castani; capelli corti e crespi; barba ben sviluppata; labbra pronunciate; naso decisamente platirrino; tronco relativamente lungo rispetto agli arti inferiori che appaiono brevi; arti superiori piuttosto lunghi, frequenza di un fattore glubulinico specifico e di gruppi sanguigni A e B più alta rispetto a quella del gruppo negroide, minore pelosità, presenza di un fattore glubulinico specifico, infine bassa incidenza di anemia falciforme.
(foto Lucio Rosa)
Ma le cose stanno cambiando repentinamente: l'impatto con altre civiltà sta fatalmente inquinando, come in altre parti del mondo, cultura e tradizioni. Eppure il cuore di Lucio Rosa è sempre là: "Io l’Africa la conosco dal di dentro, nel male e nel bene.** Ho evitato le bombe, sono stato boicottato, tanti miei progetti sono svaniti nel nulla... La prima volta che sono andato in Africa mi ha lasciato stordito. Amo i profumi, i colori, la gente dell’Africa. Erano sempre disposti ad aiutarci quando dovevamo girare. A cominciare dai Pigmei. Ma sta tutto cambiando purtroppo. Nella prima scena di un mio film, che mi ha chiesto Piero Angela, c’è un Pigmeo con l’arco e le frecce, nell’ultima c’è un Pigmeo con un fucile. Ho detto tutto".
*Babinga, piccoli uomini della foresta - Italia - Regia: Lucio Rosa - Durata: 27’
Anno di produzione: 1987 - Produzione: Studio Film Tv
Consulenza scientifica: Lucio Rosa
**Altri lavori di Lucio Rosa, gentilmente concessi per la mostra di Attilio Gaudio, sulle biblioteche del deserto, a Milano, nel 2008: Scrivere sulla sabbia
Il Segno sulla Pietra (58') (2006) - Bilâd Chinqît - Il Paese di Chinguetti (59') (2004)
Se tutti conoscono il significato della parola ecologia (dal greco casa, ambiente e discorso, studio), delle sue branche scientifiche e dei vari termini derivati, l’ecocidio può apparire misterioso. Anche perché tra i primi significati su internet si trova un concetto minaccioso (espresso da Jeremy Rifkin nel suo saggio omonimo): “ascesa e caduta della cultura della carne”. In realtà ecocidio significa distruzione dell’ambiente naturale, danno ambientale esteso. E Rifkin, partendo dalla sacralizzazione dei sacrifici umani e animali, basandosi su dati antropologici, ecologici, economici, afferma che l’evoluzione del consumo della carne nei paesi occidentali industrializzati porta malattie, enormi squilibri ambientali, spreco di grandi quantità di cereali, aumento di povertà e fame nei paesi del terzo mondo. Anzi, studiando in particolare l’evoluzione della geografia agricola della Francia, ritiene che la propensione ecocida della popolazioni rurali prima della Rivoluzione Francese abbia coinciso che la prima ondata sconsiderata dell’industrializzazione moderna
. Siccità in Somalia (foto Attilio Gaudio, circa 1960)
Di modello di sviluppo ecocida si parlerà martedì 07 febbraio 2017 a Verona (Nigrizia, Sala Africa dei Missionari Comboniani, Vicolo Pozzo 1 – ore 20,30). Ad affrontare il tema sarà Stefano Squarcina, esperto di politiche ambientali e di cooperazione allo sviluppo, in particolare con l’Africa. Le attività economiche umane rappresentano sempre più un pericolo per la sopravvivenza dei viventi e del pianeta stesso. E’ urgente mettere in pratica le misure sottoscritte da oltre 190 paesi dell’ONU negli accordi di Parigi nel 2015. In precedenza, infatti, lo Statuto di Roma (Art.8, 2b, iv) della Corte penale internazionale (firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010) non aveva incluso l’ecocidio tra i “crimini internazionali contro la pace” insieme al genocidio; si erano opposti Regno Unito, Usa e Paesi Bassi. I danni “diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale” erano stati inseriti tra i crimini di guerra. Quindi l’ecocidio sarebbe un crimine in tempo di guerra ma non in tempi di pace.
Ma i rifugiati climatici nel mondo sono ormai più di 180 milioni. Deforestazione, siccità, distruzione delle zone umide, erosione dei suoli e conseguente ulteriore impoverimento delle popolazioni hanno raggiunto in Africa dei livelli di criticità mai conosciuti nella storia dell’umanità. Durante l’incontro di Nigrizia verranno discusse misure per combattere il “debito climatico”, azioni a favore della “giustizia climatica” (ad esempio riorientamento della fiscalità a fini climatici o transizione energetica), nuove forme e meccanismi di finanziamento della politica di cooperazione internazionale, soprattutto europea, verso l’Africa e altre aree del pianeta. Occorre ripensare le politiche di intervento nei paesi impoveriti, favorire un’agricoltura sostenibile, la decarbonizzazione dell’economia, la protezione e democratizzazione dell’uso delle risorse idriche potabili e non, la lotta alle emissioni di gas ad effetto-serra, alla deforestazione, ecc... Il problema non presenta solo aspetti climatici, politici e macroeconomici, ma anche etici e sociali a tutti i livelli, come il land grabbing (acquisizione su larga scala di terreni agricoli soprattutto in paesi in via di sviluppo) la costruzione di grandi dighe, lo spostamento di grandi masse di popolazione, l’esproprio di aree tribali o di piccoli appezzamenti preziosi l’autosufficienza alimentare, la dipendenza dalle sementi ogm, le estese monoculture per la produzione di materie prime o biocarburante per i paesi ricchi, la delocalizzazione delle grandi industrie, persino i parchi nazionali con ambigua protezione di flora e faura ma con bracconaggio commerciale e privazione dei diritti di caccia tradizionali dei nativi … infine la globalizzazione.
DIGA SUL NILO AZZURRO - Il riempimento e' iniziato
Cascate del Nilo Azzurro dopo l'uscita dal lago Tana (Foto MGC, 2012) Queste Cascate, conosciute come Tis Issat o Tissisat in amarico (acqua fumante) sono situate nella prima parte del corso del fiume, circa 30 km dalla cittadina di Bahar Dar e dal Lago Tana.
E' in costruzione avanzata in Etiopia, nello stato di Benishangul-Gumuz, a circa quindici chilometri a est del confine con il Sudan la diga “Grand Ethiopian Renaissance Dam” o GERD (in amarico : ህዳሴ ግድብ) sul le Nilo Azzurro. Anzi, è iniziato questa estate lo riempimento nonostante l'assenza di accordi con gli stati confinanti. Immagini satellitari catturate tra il 27 giugno e il 12 luglio 2020 ritraggono l'incremento dell'acqua nel bacino a monte della grande diga, come del resto ha dichiarato il ministro delle Risorse Idriche, dell'Irrigazione e dell' Energia etiopico, Sileshi Bekele. Quello della diga è un progetto da circa 5 miliardi di dollari che, una volta ultimato, darà luogo alla centrale idroelettrica più grande dell'Africa, pari solo a quella di Inga, sul fiume Congo, nel Congo Kinshasa (che funziona però al 10/15 per cento della sua capacità). Chiamata anche Grande Diga del Millennio, o diga di Hidase, questa diga etiopica a gravità avrà una potenza installata di 6.450 MW, l’equivalente di sei reattori nucleari.
Il Nilo Azzurro (in arabo Baḥr al-Azraq), dalle acque limpide in contrasto con il Nilo Bianco, ha origine dall'Altopiano Etiopico di origine vulcanica, presso il lago Tana. Mentre il Nilo Bianco (con cui confluisce a Khartoum in Sudan, formando il Nilo) ha una portata quasi costante nel tempo, il Nilo Azzurro è caratterizzato da un regime irregolare, alla base delle piene fluviali annuali che hanno segnato la storia dell’Egitto fin dall’antichità. La costruzione e la messa in funzionamento di questa diga hanno quindi alterato degli equilibri millenari e minacciano la stabilità tra i paesi che sfruttano le acque del fiume. Il particolare l'Egitto, la cui vita continua ad essere legata al fusso e deflusso del Nilo.
Il progetto, già auspicato dall'ultimo imperatore d'Etiopia Hailé Selassié, e approvato una decina di anni fa dall'allora premier Meles Zenawi (che ha posto la prima pietra il 2 aprile 2011), ha subìto ritardi per lo scandalo che ha coinvolto Metec (industria etiope di armi, attrezzature militari e macchinari fondata nel 2010). Il paese ha bisogno di energia pulita, eventualmente da esportare, per diversificare la sua economia prevalentemente agricola, compromessa dalla siccità, e attualmente anche dalle migrazioni delle locuste. I lavori, iniziati cinque anni fa, sono stati realizzati principalmente dall’italiana Salini Impregilo (senza gara d'appalto), che ha collaborato anche ad altri lavori idroelettrici in Etiopia, e specialmente alle dighe sul fiume Omo, nel sud.
Il Nilo Azzurro a qualche km dalle cascate (foto MCG, 2012)
I lavori sono stati eseguiti su entrambi i lati del fiume, che è stato deviato durante la stagione secca mediante canali sotterranei o tubature per consentire la costruzione dello sbarramento. Il fiume così scorre nei canali di derivazione ai lati del muro. Durante la stagione delle piogge, l'acqua in eccesso, che non può defluire nei canali, si aggiungerà al lago che va formandosi dietro la diga. Eventualmente saranno chiuse le valvole a barriera di alcuni canali per aumentare il livelli dell'acqua a monte. Come riportato sul sito di Salini Impregilo, una volta terminati i lavori, il bacino avrà una lunghezza di 1,8 chilometri e una profondità di 155 metri, con una capienza di circa 74 miliardi di metri cubi d’acqua, che saranno sfruttati per produrre almeno seimila megawatt di energia elettrica. Il gettito annuo del Nilo Azzurro è di 49 miliardi metri cubi.
L’opera è stata autofinanziata, mentre in passato la Banca Mondiale e altre strutture internazionali avevano rifiutato, per non innescare tensioni con i vicini Sudan e soprattutto Egitto (i trattati internazionale del 1929 e 1959 avevano stabilito che i volumi d’acqua del Nilo dovevano essere divisi tra Egitto e Sudan). Etiopia, Egitto e Sudan avevano anche stipulato un accordo sulla creazione di un comitato scientifico, incaricato di studiare l’impatto della diga. Gli esperti avevano consigliato che, una volta ultimato lo sbarramento, durante la fase di riempimento (si calcola che ci vorranno non meno di tre anni) l’Etiopia avrebbe dovuto consentire la prosecuzione di un gettito d’acqua pari a 35 miliardi metri cubi, mentre l’Egitto ne pretende 40. Tuttavia l'Etiopia negli scorsi mesi ha annunciato la volontà di portare a conclusione il progetto, anche senza un accordo con Egitto e Sudan. Una decisione che ha indotto l’amministrazione Trump a bloccare i fondi, ma in soccorso del primo ministro Abiy Ahmed è intervenuta la Cina.
Tuttavia, appena ripresi i colloqui sulla spartizione delle acque del Nilo, i due paesi hanno espresso opinioni ancora divergenti (Il Cairo del resto ha sempre espresso perplessità sulla GERD, temendo un'eccessiva riduzione della portata del Nilo). Si prevedono trattative a ripartire da zero per gli scienziati e i politici, con l’intento di creare una reazione a catena, e trovare un accordo con i Paesi coinvolti per un equo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo, sia durante la fase di riempimento, già iniziata, che a regime.
Lago Tana - Bahir Dar (Foto MCG, 2012) - Al tramonto - un pescatore , turisti -
Il Nilo Azzurro nasce a Gish Abbai, un luogo sacro per la Chiesa etiope, con tre piccole sorgenti nel raggio di 20 metri, a 2 744 metri di altezza. Il primo europeo a visitare il luogo fu il missionario cattolico spagnolo nel 1618. (vi sorge un venerato santuario). Questa sorgente si versa col nome di Lesser Abbai nel lago Tana.
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E' il titolo del nuovo film di Lucio Rosa (Studio Film TV, Bolzano)*, ovvero Libia, antiche architetture berbere, che il regista definisce "fatto con la testa e con il cuore e presenta con queste parole: "Le antiche oasi che gli Imazighen "uomini liberi", i Berberi di Libia, "vestirono" di una splendida architettura, oggi sono quasi tutte abbandonate e cadute nel degrado. È un mondo che sta scomparendo, non essendoci più grande interesse per il recupero e la conservazione della memoria e della storia. Inoltriamoci in questi luoghi, percorriamo queste strade, visitiamo quanto di prezioso rimane di un tempo antico: le architetture sublimi di antiche sontuose dimore, le elaborate architetture con cui si innalzavano magazzini fortificati, i villaggi che accoglievano i mercanti che, con le loro carovane, portavano i prodotti dell'Africa Nera verso i porti del Mediterraneo."
Questo film ci offre una visita speciale, accompagnati da un fotografo speciale,, con una serie di scatti che, meglio che in un film, fluiscono, a volte con progressivi ingrandimenti, consentendo di osservare i dettagli, accompagnati da preziose informazioni e una musica discreta e solenne. E' quasi un pellegrinaggio, in una regione speciale dal clima estremo in estate e in inverno: l'estremo nord-ovest della Libia, dove il Jebel Nafusha, alto 968 metri, (o Djebel Nefoussa - in arabo : ,الجبل نفوسة o al-Jabal Nefusa, in berbero nafusi: Adrar n Infusen) separa la pianura della Tripolitania dall'ardente Sahara. Qui abitano i Berberi Imdyazen, musulmani ibaditi generalmente considerati gli ultimi discendenti della terza branca dell'Islam, il Khârijismo.
«Durante le varie missioni svolte in Libia - spiega Lucio Rosa - per realizzare film e ricerche varie (e purtroppo solo fino al 2014 perché poi la Libia è diventata impraticabile) mi sono interessato all’ architettura berbera di diverse oasi, abitate e vissute dai berberi Imazighen fino ai primi anni ’80. Poi Gheddafi, volendo che la sua gente vivesse con i confort occidentali, ha costruito le nuove città in prossimità dei vecchi villaggi, e le vecchie oasi sono state quasi tutte abbandonate e sono cadute nel degrado. È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia»
Ma chi è Il ragazzo con la Nikon?
Il regista stesso, che ha scattato migliaia di fotografie, appunto con la Nikon, nel corso degli anni, fino all' “Ultima, nell’aprile 2013… poi il buio per questo splendido Paese”, ricorda con amarezza. Il 23 aprile 2013 il regista era appunto a Tripoli al ministero del Turismo e Cultura per firmare il contratto di un film su Ghadames, la grande oasi ai margini occidentali del Sahara libico nel punto d'incontro di Libia, Algeria e Tunisia. “Ma un attentato all’ambasciata francese ha bloccato Tripoli… fuggi fuggi… imbarco sul primo aereo per riornare in Patria, e il film, con la sceneggiatura e storyboard approvati, è finito nel cassetto. In attesa… Ad oggi è ancora lì, ricoperto dalla polvere del tempo… ma ancora vivo nelle mie intenzioni e speranza… ma verrà il giorno…”
*Regia, fotografia, montaggio, testi: Lucio e Anna Rosa- Durata: 30' - Formato: Full HD 16:9
© Studio Film Tv
Al Pime di Milano (via Mosé Bianchi 94) si parlerà mercoledì 12 ottobre 2016 (ore 21) dell'attualità di Charles De Foucauld a cent’anni dalla sua morte. "Sorella ANTONELLA FRACCARO delle Discepole del Vangelo, grande conoscitrice del “Fratello Universale”, cerca di tradurre nella quotidianità della sua vita, insieme alle consorelle, la spiritualità di De Foucauld, declinata in uno dei tanti «piccoli nidi di vita fervente e laboriosa» che sono nati dalla sua ispirazione, a servizio di Dio nell’adorazione eucaristica e nell’annuncio rispettoso e discreto del Vangelo." Il suo intervento, precisa il Centro Missionario, si inserisce nel ciclo di incontri dell’OTTOBRE MISSIONARIO PIME 2016 sul tema: “FRONTIERE. PERCORSI DI RIFLESSIONE AI CONFINI DELL’ESISTENZA”.
Inoltre, sabato 3 dicembre, si terrà a Milano presso la Caritas Ambrosiana (via S.Bernardino 4, ore 10,30) un convegno in ricordo del "piccolo fratello universale".
La rivista British Archaeology ha pubblicato i risultati di uno studio del ricercatore inglese Mike Pitts, secondo il quale due delle famose pietre di Stonehenge sarebbero preesistenti all'arrivo dell'uomo in Inghilterra. Questo sito, il più celebre ed imponente cromlech (circolo di pietra) della preistoria, si trova ad Amesbury nello Wiltshire, circa 13 chilometri a nord-ovest di Salisbury (sud dell'isola)
Da anni archeologi e storici si interrogano sul significato del misterioso monumento circolare di pietra. La datazione radiocarbonica indica che la costruzione fu iniziata nel 3100 a.C., e si concluse verso il 1600 a.C.. In base alla nuova ricerca invece si pensa che almeno due pietre siano del tutto naturali, sempre esistite in loco.
Infatti lo stesso Pitts, nel 1979, aveva trovato, scavando vicino al sito, resti di queste pietre, che sarebbero state trascinate a valle dall'azione di un ghiacciaio dalla vicina catena collinare (Marlborough Down) poi abitata dai pastori nomadi del paleolitico e del mesolitico.
In effetti si è sempre pensato che queste pietre di sarsens (blocchi di arenaria locale), del resto diffusissime in tutta la Gran Bretagna, provenissero dai rilievi vicini e sarebbero rimaste parzialmente interrate; altre, ma moltissimi anni dopo, sarebbero state trascinate da altri luoghi per completare il monumento.
Ma perché pietre del tallone? La tradizione racconta che il diavolo "comprò le pietre da una donna in Irlanda, le avvolse e le portò sulla piana di Salisbury. Una delle pietre cadde nel fiume Avon, le altre vennero portate sulla piana. Il diavolo allora gridò, "Nessuno scoprirà mai come queste pietre sono arrivate fin qui". Un frate rispose, "Questo è ciò che credi!", allora il diavolo lanciò una delle pietre contro il frate e lo colpì su un tallone. La pietra si incastrò nel terreno, ed è ancora lì."
Come ogni martedì, Nigrizia organizza un incontro-dibattito-informazione su un argomento di attualità. Il 5 aprile 2016 (ore 20,30 – sala Africa dei Missionari Comboniani in Vicolo Pozzo 1, Verona) si parla di Libia, la sfida del Gruppo Stato Islamico. Sarà un dialogo tra il direttore di Nigrizia, p. Efrem Tresoldi, con il prof. Antonio M.Morone, ricercatore in Storia dell’Africa all’Università di Pavia. “La guerra non è il mezzo adeguato per sconfiggere il terrorismo del Gruppo Stato islamico (Is) né tantomeno per portare stabilità in Libia». È un passaggio del documento contro la guerra, lanciato il 9 marzo dalle riviste missionarie e dell’area nonviolenta.
“La Libia rappresenta il classico esempio - scrive Nigrizia- degli orrori occidentali, applicati nel sud del mondo. Con la complice collaborazione delle petromonarchie del Golfo e dell’Egitto." Orrori, quindi errori, smania di potere, di risorse, di territorio, di appalti. Si dimentica “che la Libia, -continua Nigrizia- come l’abbiamo imparata a conoscere sugli traffici illegali di armi, persone e droga, all’accesso alle risorse minerarieatlanti, non esiste più. Dopo 42 anni di tirannia gheddafiana, i poteri formali non contano più nulla. E quelli informali sono impegnati ad arraffare ciò che vale tra Sahara e Sahel: dai traffici illegali di armi, persone e droga, all’accesso alle risorse minerarie"..” Tripoli, novembre 2009 (foto Mila C.G.)
Sarà possibile una soluzione politica? L’obiettivo è la spartizione del paese tra le potenze interventiste e i loro referenti locali? E’ il momento di agire con la forza? “Magari con l’avallo dell’Onu. - conclude Nigrizia- al di là dei vari schieramenti in campo (il governo di Tobruk e quello di Tripoli; laico il primo, islamista vicino ai Fratelli musulmani il secondo) e delle decine se non centinaia di bande armate che controllano più o meno grandi fette di territorio”.
Per informazioni: Fondazione Nigrizia Onlus: 045.8092390 - Centro Missionario Diocesano: 045.8033519 - Missionari Comboniani - 37129 - Verona -Tel. 045.8092290 -www.fondazionenigrizia.it www.nigrizia.it www.museoafricano.org
I risultati dei lavori di un'équipe britannica (pubblicati sul quotidiano online The Independent) sembrano aggiungere nuove ipotesi alle teorie sull'evoluzione umana.
Nel sito archeologico di Attirampakkam, nel sud-est dell'India (60 km da Chennai, Tamil Nadu) sono stati scoperti strumenti antichi di almeno 385.000 anni, epoca che coincide con il periodo in cui questa tecnologia sarebbe stata utilizzata per la prima volta dall'uomo moderno in Africa. Finora si pensava invece che L'India avesse conosciuto questa tecnica tra 140.000 e 46.000 anni anni fa, con la migrazione dall'Africa dell'uomo moderno. Questa scoperta anticiperebbe questa migrazione dall'Africa verso l'Asia ad almeno 400.000 anni fa; sarebbe quindi più antica di quanto si pensava? Oppure gli ominidi indiani di quell'epoca hanno sviluppato una propria cultura del Paleolitico Medio? E ancora: si tratta di uomini moderni o di Neandertaliani o di altre specie arcaiche?
Rimangono quindi molti interrogativi, soprattutto per la mancanza di resti umani associati alle scoperte. Anche perché in passato si era parlato di utensili di un milione e mezzo di anni!
Mandibola di Mala Balanitza (Journal of Human Evolution- Mirjana Roksandic). Questa mandibola umana può far luce sul processo evolutivo della nostra specie nel Sud Europa durante l' era glaciale. La comunicazione è stata fatta un anno fa durante il primo congresso della Società Europea di Evoluzione Umana celebrato a Lipsia, ma gli studiosi sono stati a lungo incerti sulla datazione del reperto. La mandibola è stata scoperta in una delle numerose grotte carsiche del complesso di Mala Balanica (Balanitza), insieme a macro e micro-vertebrati ed una industria litica di tipo Modo 3 (o tecnica di Levallois, per cui le schegge ricavate dal nucleo della pietra non vengono scartate, ma lavorate e riutilizzate per usi specifici), il che può essere compatibile con il periodo musteriano dei Neanderthal (Paleolitico medio). Tuttavia le caratteristiche anatomiche del reperto umano si discostano molto dal tipo neandertaliano. Inoltre la radiodatazione con il metodo dell'uranio-torio indica 400-500.000 anni, mentre inizialmente si pensava circa 150.000 anni; quindi saranno necessarie nuove ricerche.
Tuttavia, se la datazione iniziale fosse corretta (fine del Pleistocene Medio o Ioniano, intorno a 165.000 anni) la mandibila potrebbe appartenere ad un individuo di una di quelle popolazioni dalle caratteristiche primitive che erano già radicate in Europa, ma che, all'arrivo dei Neanderthal, corsero a rifugiarsi a sud nella penicola balcanica, senza incontrarsi con i nuovi colonizzatori per forse un millennio.
Sono stati scoperti, per caso e recentemente, nel nord dell'Arabia Saudita, provincia di Jawf, tre promontori di arenaria rosa che ospitano dei bassorilievi in forma di animali in grandezza naturale. Bellissimi. Sono stati studiati per la prima volta nel 2016 e 2017 dagli archeologi sauditi e dall'équipe di Guillaume Charloux, del laboratorio Orient et Méditerranée, che ne hanno inizialmente attribuito l'origine ai Nabatei (la cui cultura è geograficamente molto vicina). Non alle antiche tribù locali, anche se non è molto lontana l'oasi di Dùmat al-Jandakl, antico centro delle vie carovaniere, ormai in rovina. In effetti lo stile di questi dromedari si discosta "dalla tradizione della rappresentazione regionale, più schematica e in due dimensioni", ma si avvicina esteticamente alla famosa carovana scolpita nella città antica di Petra, in Giordania, dove i camelidi in fila sbucano di fronte al monumento funerario di Al-Khazneh.
Quindi la prima datazione colloca l'origine del Camel Site nell'Antichità, tra il primo secolo a.C. e il primo secolo d.C. Tuttavia Maria Gaugnin, esperta di arte parietale dell'università di Oxford, che ha studiato il sito nel 2018 insieme ad archeologi del Max Planck Institute, ritiene che questi animali (una dozzina di camelidi e due animali che potrebbero essere asini, muli, cavalli) potrebbero essere molto più antichi. Forse le più antiche incisioni rupestri al mondo!
Studiando il materiale litico presente sul sito, dove sono assenti tracce o vestigia più recenti, l'archeologa pensa che le sculture siano state eseguite 6500 anni prima di Cristo (quindi 6400 anni prima dei Nabatei), nel Neolitico. Anche l'analisi chimica delle incisioni e un esame dei segni degli strumenti litici trovati nel sito conferma la datazione: i dromedari non sono stati scolpiti con utensili in metallo, ma in pietra! Non sono stati rinvenuti infatti martelli, picconi o qualsiasi altra prova di insediamenti umani nella zona.
Questa roccia clastica sedimentaria (dovuta alla cementazione, in periodi e strati diversi, di sabbie silicee, caolino e minerali contenenti calcio, sodio, potassio e ossidi di ferro, da cui il colore rosa-rosso) è fragile. Infatti queste sculture oggi appaiono su uno strato di pietra della falesia profondamente eroso, e purtroppo molti pannelli di roccia sono caduti. Alcune figure sono incomplete, altre in parte distrutte. Possiamo solo immaginare come poteva essere il sito originale, che comprendeva camelidi ed equidi in grandezza naturale, spesso molto vicini, e scolpiti su due o tre strati uno sopra l'altro.
La vicinanza alle rotte carovaniere fa pensare ad un luogo di sosta nel deserto, o di culto per venerare il sacro camelide "dono del cielo". Alcuni dei dromedari raffigurati nei rilievi hanno colli particolarmente sporgenti e ventri rotondi, caratteristiche tipiche degli animali durante la stagione degli amori. Era forse un sito legato alla fertilità o a un periodo specifico dell'anno, quando la comunità araba, composta da gruppi nomadi e dispersa in vari accampamenti nel vasto deserto, si riuniva a date fisse per celebrare nozze, scambiare informazioni o merce, celebrare riti. Ma si ipotizza che possa essere anche stato, in tempi più recenti, un "segno di confine" fra proprietà.
Così i Sauditi possono essere orgogliosi di un sito millenario, più antico delle piramidi egizie, e sintesi della cultura beduina che sarà, millenni più tardi, culla dell'Islam. Il Camel Site andrà a completare l'esposizione di bellezze antiche e sviluppo tecnologico prevista dal piano di sviluppo "Vision 2030", voluto dal principe ereditario Mohammed bin Salman per affrancare il regno dal petrolio. Asia News conferma che il Fondo Saudita di Sviluppo del Turismo (Tdf) ha appena firmato un accordo con il tour operator Seera Group. Resort di lusso da 200 appartamenti, ristoranti, negozi: il regno wahhabita non sarà più soltanto meta di pellegrinaggio religioso per i fedeli islamici, ma di vacanze miliardarie con la costruzione di una città futuristica sul mar Rosso, con riserva naturale, barriere coralline e siti archeologici. Si pensa anche al turismo nelle grotte calcaree, con un solo motto "non lasciare tracce, solo fotografie"
Con questo film, Il ragazzo con la Nikon * (vedi Libia 1), ovvero Libia, antiche architetture berbere, lo sguardo e la macchina fotografica di Lucio Rosa (archeologo, esperto di preistoria ed etnografia) si sofferma soprattutto su Ghadames, la romana Cydamus. Le prime notizie storiche risalgono al Regno di Augusto; fu occupata da Lucio Cornelio Balbo, diventando il punto più meridionale dell'impero romano, avamposto contro le tribù locali, Getuli e Garamanti. I Bizantini vi portarono il Cristianesimo e anche un vescovado. Poi nel VI secolo fu occupata dagli Arabi, che portarono l'Islam... ma l'atmosfera dell'antica città berbera è rimasta, coservata dagli anziani. Ghadamès è divisa in sette quartieri collegati ma autonomi, con propri edifici pubblici e mura; la sabbia si infiltra nelle fessure, nelle scarse aperture, si deposita nel viottoli. Così "il ragazzo con la Nikon" fa rivivere gli antichi quartieri e mercati, le ricche dimore, le torri e i minareti, i magazzini-fortezza per conservare i cereali, il labirinto di stradine sapientemente orientate per i venti e la luce. Incontra i rari passanti, che scivolano via quasi al buio, visita le abitazioni, ammira gli oggetti, le pareti bianche di calce con disegni geometrici berberi e simboli esoterici, sale sulle terrazze delle case, sotto il cielo, il regno delle donne.
Poi gli scatti immortalano il villaggio di Fursta: stretti sentieri si arrampicano sulle pendici del Jebel Nafusha, dove molti Berberi si installarono nel VII secolo in fuga dall'invasione araba. Case diroccate, porte divelte, un frantoio, una bianca moschea che risalta contro la nuda montagna; all'interno, le colonne allineate, dai capitelli bizantini recuperati, reggono ancora la volta dell'oratorio. A Gsar al-Haj restano poche testimonianze, a parte lo straordinario "castello berbero", costruito nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla. E' un originale magazzino a forma di anello, le cui mura contengono oltre cento cellette su più livelli. In basso, parzialmente interrato, si conservava l'olio: più in alto, raggiungibili con scale e passaggi sopraelevati, le altre derrate alimentari.
Anche la ricca oasi di Derdj è in rovina; l'imponente fortezza controllava dall'alta falesia a strapiombo sulla pianura il traffico di merci tra l'Africa Nera e il Mediterraneo. A Nalut invece è ben conservato il granaio per immagazzinare cereali e olio, una magnifica costruzione fortificata quattro secoli fa contro i Turchi. Infine Gsar Gharyan, a 600 metri di quota, con il suo "castello delle grotte". Le più antiche tribù berbere del'altopiano di Nafusah erano troglodite e scavavano case nel terreno alla profondità di 8-10 metri per proteggersi dal caldo e dal freddo: una serie di stanze e magazzini non più abitati, ma ancora oggi visitabili.
© Studio Film Tv (pubblicazione foto gentilmente autorizzata dall'Autore)
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La missione della SMA a Kolowaré (foto Silvano Galli)
P. Silvano Galli Kolowaré, B.P. 36 SOKODE - Togo
T. 00228. 90977530 - 00228.24451012
Settembre 2015 - La scienza non è dogmatica, ogni ipotesi deve essere considerata “vera” fino a quando non si dimostra il contrario. Così, mentre ci si interroga ancora sul colore della pelle dei Faraoni e dei loro sudditi (erano neri?), una nuova specie del genere Homo, con caratteristiche primitive e moderne insieme, è stata scoperta in Sudafrica. Un ritrovamento che potrebbe far riscrivere la storia dell'evoluzione della nostra specie?
Il Museo Civico di Bolzano (via Cassa di Risparmio 14, ingresso libero) inaugura l'anno 2020 con Il regista Lucio Rosa e alcuni dei suoi film e documentari sull'Africa, nella sala delle stufe:
- mercoledì 15 gennaio 2020, alle ore 18.00 - BILAD CHINQIT (59’);
- giovedì 16 gennaio 2020, alle ore 18.00 - IL SEGNO SULLA PIETRA (59’);
- venerdì 17 gennaio 2020, alle ore 18.00 - BABINGA, piccoli uomini della foresta (25’) e a seguire: IL “RAGAZZO” CON LA NIKON (30’)
Anche la mostra fotografica verrà inaugurata quest’oggi alle ore 18 e resterà poi aperta con i seguenti orari: 10-12.30 e 16-19.30. Per Lucio Rosa si tratta di una preziosa occasione per proporre nella sua città il frutto di tanti anni di esplorazione dell’Africa, “armato” solo di macchina fotografica e cinepresa, un’attività iniziata ufficialmente proprio a Bolzano nel 1975, quando fondò assieme alla moglie Anna, sua collaboratrice, la casa di produzione Studio Film Tv. Una passione trasformata in lavoro, che ha dato all’autore parecchie soddisfazioni e premi in importanti festival internazionali.
BILAD CHINQIT, il paese di Chinguetti, è la Mauritania, regione nata dal Sahara, che per secoli ha fatto da confine tra l'Africa mediterranea e il Bilad Es Sudan, il paese dei Neri. film rievoca infatti le civiltà, gli imperi e le città che hanno avuto la Mauritania quale protagonista del mondo antico e medioevale. Nel Medioevo era un crogiolo di razze e culture, significava l'slam e le scienze, la filosofia. E ancora antichi manoscritti in lingua araba, le "università delle sabbia" o "università a cammello", il sapere di un popolo, e ancora sabbia . Lontana e profonda, segnata da grandi passaggi di civiltà, fin dal lontano Neolitico è la storia della Mauritania.
Il SEGNO SULLA PIETRA illustra la storia millenaria del Sahara, in un alternarsi di fasi climatiche estreme e di vicende di uomini che fecero di questa regione la loro dimora: 12.000 anni fa, dopo una fase di aridità estrema, ritornò la pioggia e la vita ricominciò a germogliare lentamente. In un Sahara fertile e verdeggiante, ricco di acqua, prosperarono gruppi umani che praticavano caccia, nomadismo e pastorizia. Così, nel Sahara centrale, sui massicci del Tadrart Acacus e del Messak, nel sud-ovest della Libia, si formarono le prime comunità, tenaci e vitali, culturalmente compiute, che riuscirono anche ad elevare a linguaggio pittorico il loro vissuto quotidiano.
BABINGA, (vedi in questo sito, maggio-giugno 2019: L'Africa che scompare, I Pigmei Babinga) i piccoli uomini della foresta, un vero documento che parla dei Pigmei che vivono, meglio vivevano secondo la loro cultura e tradizioni, nella foresta pluviale della Repubblica Popolare del Congo… ora ci sono ancora i Pigmei, piccoli uomini, ma la loro cultura si è frantumata. Non sono più i cacciatori-raccoglitori della preistoria, protetti dall' impraticabile foresta equatoriale africana. Il meticciato e il contatto con le tribù vicine, e con altre civiltà straniere, sta distruggendo habitat, cultura e tradizioni.
IL “RAGAZZO” CON LA NIKON (vedi in questo sito maggio-giugno 2019) è il regista stesso, che ha scattato migliaia di fotografie, appunto con la Nikon (che gli era stata regalata da ragazzo), nel corso degli anni fino all' “Ultima, nell’aprile 2013… poi il buio per questo splendido Paese”, ricorda con amarezza Lucio Rosa. Il 23 aprile 2013 il regista era appunto a Tripoli al ministero del Turismo e Cultura per firmare il contratto di un film su Ghadames, la grande oasi ai margini occidentali del Sahara libico nel punto d'incontro di Libia, Algeria e Tunisia. “Ma un attentato all’ambasciata francese ha bloccato Tripoli… fuggi fuggi… imbarco sul primo aereo per riornare in Patria, e il film, con la sceneggiatura e storyboard approvati, è finito nel cassetto. In attesa… Ad oggi è ancora lì, ricoperto dalla polvere del tempo… ma ancora vivo nelle mie intenzioni e speranza… ma verrà il giorno…” conclude il regista.
Faccio seguito alla notizia pubblicata in Eventi il 14 maggio 2021 (Arti talismaniche ... dal nord della Nigeria) a cura di Andrea Brigaglia* e Gigi Pezzoli*). Questa interessante mostra è ora allestita a Milano e resterà aperta fino al 22 gennaio 2022 (corso Buenos Aires 2, domenica e lunedì chiuso, altri giorni ore 10-12 e 15-17 - verificare orari apertura).
Infatti così scrive Gigi Pezzoli: Cari Amici, diversi di voi ci hanno chiesto di poter vedere a Milano la mostra sulle arti talismaniche del Nord della Nigeria già presentata a Napoli nella scorsa primavera. Ci siamo riusciti. La mostra sarà inaugurata il 27 ottobre 2021, alle ore 18:00, presso la Galleria Lorenzelli Arte di Corso Buenos Aires 2, a Milano. Il titolo é invariato: Nel Nome di Dio Omnipotente - Arti talismaniche, pratiche di scrittura sacra e protettiva dal nord della Nigeria
Così Lorenzelli Arte continua la sua periodica programmazione di iniziative collaterali allo scopo di approfondire tematiche e ricerche sull’arte contemporanea, nella diffusione e confronto tra culture. Le sale espositive ospitano nel cuore di Milano una ricca serie di 80 opere inedite, appartenenti agli Hausa, un gruppo etnico di oltre 70 milioni di individui, stanziato tra il nord della Nigeria e il sud del Niger.
Ci si immerge in un mondo di prevalente tradizione sufi, apparentemente lontano, ma che rimanda ad antiche pratiche protettive, divinatorie e taumaturgiche del Medio Oriente, del mondo greco-romano, della Cabala ebraica, fno all’alchimia occidentale medievale.
La collezione si compone di autentici manoscritti religiosi e poetici, tavole utilizzate per lo studio e la memorizzazione del Corano, diplomi di completamento degli studi religiosi, tavole in legno e metallo per la protezione delle case e delle persone, oggetti simbolici come pelli e formule apotropaiche, esemplari di ricettari popolari sulle scienze esoteriche, talismani e oggetti per la divinazione.
La ricerca ridimensiona una presunta magia soprannaturale africana, talvolta interpretata in accezione negativa dalla cultura occidentale. Interessante la creazione di un ponte tra magia e religione, intese come pratiche culturali di popoli solo apparentemente distanti, grazie anche al prezioso contributo di molti studiosi internazionali (Anastasia Grib, Constant Hamès, Aliyu Muhammadu Bunza, Elio Revera, Karimu Adejare Amao e Ismaila Abefe Bakare).
*Andrea Brigaglia: ricercatore a tempo determinato (RTDB) presso il Dipartmento Asia, Africa e Mediterraneo dell’ Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Precedentemente, Senior Lecturer presso il Department of Religious Studies, University of Cape Town (Rep. Sudafricana). Nelle sue ricerche antropologiche, pubblicate in numerose riviste internazionali, si è occupato di aspetti storici, politici, letterari ed estetici dell’Islam contemporaneo in Nigeria. Ha curato insieme a Mauro Nobili, il volume TheArts and Crafs and Literacy: Islamic Manuscript Cultures in sub-Saharan Africa (De Gruyter, Berlin 2017).
*Gigi Pezzoli: Presidente del Centro Studi Archeologia Africana presso il Museo di Storia Naturale di Milano. Membro del Comitato ordinatore del Museo degli Sguardi - Raccolte etnografche di Rimini. Responsabile della missione di ricerca in Togo del Centro Studi Archeologia Africana/Museo di Storia Naturale di Milano e del Ministère de la Culture du Togo/Université de Lomé. Membro del Comitato direttivo del Centro Studi di Storia delle Arti Africane - Università Internazionale dell’Arte di Firenze. Organizzatore di conferenze internazionali sulle culture dell’Africa. Curatore di diverse mostre e autore di pubblicazioni sull’antropologia e sull’arte tradizionale africana, tra cui la prima sulle tavole talismaniche Hausa, Alluna. Mondo e spiritualità Hausa (Centro Studi Archeologia Africana, Milano 2013).
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Browning et al./Cell - Il grafico mostra le migrazioni dei Denisoviani in Asia e Oceania, e ipotizza genomi misti con Neandertaliani e sapiens moderno.
Infatti, da quando è stato analizzato nel 2010 il genoma dell'Homo di Denisova (a partire da pochi fossili: una falange e due molari), sappiamo che alcune popolazioni dell'Oceania (Papua, Nuova Guinea, isole Cercanas) contengono nel loro DNA il 5% di quello di Denisova. Anche le popolazioni dell'est e del sud dell'Asia contengono lo 0,2% del DNA denisoviano, ma sembra che questo sia dovuto a migrazioni (e quindi incroci) delle popolazioni oceaniche verso il continente.
Uno studio, pubblicato dalla rivista Cell, ha effettuato le sue ricerche in merito grazie ad un nuovo metodo di analisi, basato sui dati dei progetti "UK10K, 1000 Genomi e Differenze dal Genoma Simons" (specie di catalogo di genomi di 300 individui appartenenti a 142 diverse popolazioni). Quindi gli umani moderni (Homo sapiens sapiens, Neandertal e Denisova) sono esistiti nelle stesse epoche, incrociandosi e scambiandosi porzioni di DNA. Ma erano umani geneticamente diversi, pur avendo un antenato comune (che si pensa sia esistito per un milione di anni, e sia originario del continente africano).
Quanto a Spagnoli e Italiani, abitanti nell'estremità meridionale dell'Europa, si può affermare che nel loro DNA non esistono geni denisoviani, e che la percentuale di geni Neandertaliani è molto bassa (in base ai 5.639 individui esaminati).
Arte africana? Solo la seconda foto! che ritrae alcune (tra le migliaia) opere d'arte africane raccolte ed esposte da Adolfo Bartolomucci nella sua galleria milanese*. La prima invece è arte alpina, della Val Gardena, dove la scultura lignea fa parte della tradizione secolare, e l'artista è Adolf Vallazza, scultore di fama mondiale. Nei due casi: arte o artigianato oppure entrambi? non ha importanza, il risultato è sempre qualcosa che evoca passato e presente, stupisce, emoziona, risveglia tutti i sensi. Protagonista è sempre il legno.
(foto Lucio Rosa) (foto Mila C.G.)
L'artista africano sceglie il suo albero in funzione dell'oggetto da scolpire; così statua, maschera, feticcio, totem sarà il veicolo attraverso il quale gli spiriti, le divinità, gli antenati e le forze della natura si rendono presenti e visibili nello spazio umano. Gli oggetti di utilità quotidiana, quali spole per tessere, ciotole, sgabelli, sedie, alzatesta, strumenti per la cucina, sono fabbricati con molta cura. Per ogni settore della cultura esistono una serie di simboli e di stili specifici, compresi dalla comunità.
Anche l'artista alpino, "vive del legno, nel legno, parla con il legno...". Per questo il regista Lucio Rosa, bolzanese, gli ha dedicato il film** "Adolf Vallazza, sciamano del legno antico" presentandolo con queste parole: " Il bosco, silente e ordinato, i tronchi ravvicinati e umidi si sono affidati ad Adolf Vallazza. Un viaggio assorto e pieno di attese finisce nei linguaggi e nelle forme dell'uomo contemporaneo. L'artista non interroga la materia - che è già sua - ma il genio dei luoghi che l'ha generata. Con lui tesse il dialogo serrato che porta alle trasformazioni dei legni, programma i loro destini futuri e in loro soffia il suo spirito."
Lo sciamano viene generalmente considerato come un guaritore e un mediatore tra il mondo conosciuto della realtà ordinaria e il mondo spirituale. L'arte di Adolf Vallazza può essere antropologicamente considerata sciamanica, perchè lavora legni antichissimi, a volte secolari, recuperati nelle case contadine delle sue valli: vengono dalle pareti delle stube, hanno visto la storia, passare tante generazioni e vicende, i vivi e i morti; sono corrosi, consumati, mangiati dalle tarme, con i segni delle scarpe chiodate dei contadini, che hanno camminato su di loro per anni e anni. Anche il colore varia a seconda della loro vita. Ci sono i legni grigi, i bluastri che hanno preso la pioggia, e quelli rossi, che sono bruciati dal sole. E' come un "viaggio" nel passato e in altre tradizioni la scultura in questi legni, che hanno vissuto e trasmettono "messaggi" dai mondi spirituali invisibili alla realtà. E poi ci sono le leggende nei paesi delle montagne, le Dolomiti; "anche se astratte, le mie sculture, afferma Adolf, rispecchiano queste suggestioni. È il mio ambiente, la mia storia che mi ha dà l’ispirazione per la scultura. "
Il Maestro Adolf Vallazza nasce nel 1924 ad Ortisei. Il padre è scultore in ferro; il nonno materno, Josef Moroder Lusenberg, è un pittore. Adolf fin da piccolo ama le arti e il disegno e intaglia il legno. Negli anni quaranta e cinquanta inizia lavorare il legno dell'ulivo; per mantenere la famiglia e per passione diventa artigiano, con una ditta e sette operai. Crea statue per le Vie Crucis, crocifissi, sculture religiose della tradizione gardenese. Ma si ritaglia del tempo per studiare e fare ricerche, apre il suo studio di scultore ad Ortisei, e abbandona il legno dell'ulivo perchè lo considera di per sè già "un'opera d'arte della natura". Le prime sculture sono classiche, poi comincia a sperimentare forme stilizzate e materiali nuovi, fino alle opere che l'hanno reso famoso, i Totem e i Troni. Ha quasi quarant’anni e infine può dedicarsi solo all’arte. Passa all'astratto, ispirato da Marino Marini, Henry Moore, e soprattutto dal grande Constantin Brâncuși, maestro per la sua semplicità, la capacità di ridurre i volumi, l’iconografia delle “colonne”. Sono gli anni '60; inizia ad allestire le sue prime mostre personali in Italia e all'estero. Nel 1968 cominciano a frequentare il suo studio d'artista importanti critici milanesi, come Marussi, Budigna e Mascherpa.
(foto Lucio Rosa) (foto Mila C.G.)
Di sè racconta: "Sono un uomo che ha vissuto il scorso secolo, un novecentesco. Ho cominciato con la figurazione ... quello deve essere il punto di partenza. Non si può cominciare dall’astratto, l’astrazione si raggiunge in un secondo momento. Ancora oggi, in questi vecchi legni, faccio delle figure. Il figurativo è importante perché insegna il “mestiere”. Molti iniziano con l’astratto, e per me è impossibile, il corpo umano lo devi conoscere, devi entrare in possesso dell’anatomia, conoscere le forme… Il materiale va capito e sentito."
*African Art Gallery di Bartolomucci Adolfo - Via Caterina da Forlì, 28 - 20146 Milano Italy.
**Titolo originale: Adolf Vallazza. Sciamano del Legno Antico Regia: Lucio Rosa Anno di produzion2019 Tipologia:documentario Genere: arte/biografico Paese: Italia Produzione: Studio Film TV Formato di ripresa: Full HD 16:9Formato di proiezione: Full HD 16:9, bianco/nero Sito Web: http://www.studiofilmtv.it/film.asp?id=43&l=it Durata: 40'
Una vertebra umana preistorica, datata 1,5 milioni di anni, è stata scoperta nel nord di Israele, nella valle del Giordano, a Ubeidiya, dagli archeologi della Università Bar-Ilan, diretti da Alon Barash, insieme al Collegio Accademico Ono, l’Università di Tulsa e l’Autorità delle Antichità di Israele. Importante scoperta, che dimostra l'esistenza di ondate migratorie diverse "out of Africa". Infatti é il secondo fossile arcaico di ominide trovato al di fuori dell’Africa; i più antichi risalgono a 1,8 milioni di anni fa e sono stati rinvenuti a Dmanisi, in Georgia.
Vertebra, Ubeidiya (Israele)- foto a) superiore b) posteriore c) inferiore d)frontale (Dr. Alon Barash, Università Bar-Ilan)
La storia di questo osso inizia nel 1959, quando un agricoltore del Kibbutz Afikim, lavorando un terreno in una zona che non era ancora riconosciuta preistorica, portò alla luce alla luce alcune ossa, inclusi un teschio e alcuni denti. Gli scavi iniziarono nel 1960, e nel 1966 l’archeologo Moshe Stekelis trovò questa vertebra, che fu messa in una scatola con la scritta "Homo?" e dimenticata. Dopo vent’anni, la paleoantropologa dell’Università di Tulsa, Miriam Belmaker, che stava lavorando sulla ricostruzione del paleoclima dell’Ubeidiya preistorica, rianalizzò tutti i fossili trovati nel sito. E, scoprendo quel pezzo di spina dorsale, capì subito che non era una scimmia: il reperto, non completamente ossificato, è molto più grande anche di quello degli erectus africani. Secondo gli scienziati, poteva trattarsi di un caso di ossificazione ritardata, e in tal caso il bambino, pur restando un soggetto molto “robusto”, avrebbe avuto un’età compresa tra 6 e 12 anni alla morte, un'altezza presunta di un metro e mezzo, e un peso di 45-60 chili!
Tuttavia, da allora iniziò un incessante studio comparativo su tonnellate di vertebre di antichi ominidi, umani moderni, iene, rinoceronti, leoni, scimmie e altri animali sospetti. In conclusione, dopo aver fatto una comparazione delle tre vertebre presacrali inferiori (negli esseri umani moderni, nei Neanderthal, negli Australopitechi, e negli scimpanzé) e dopo aver escluso che si trattasse di un animale, gli scienziati hanno stabilito la giovane età dell’ominide in base alla parziale ossificazione. Il che fa però ipotizzare una possibile statura media in età adulta intorno ai 2 metri.
E' stata studiata anche la cultura materiale dei due siti, georgiano e israeliano. Mentre a Ubeidiya i manufatti di pietra e silice, le accette di basalto, gli utensili da taglio sono associati alla cultura acheuleana avanzata (Paleolitico inferiore), gli utensili di pietra di Dmanisi appartengono alla cultura olduvaiana primitiva (Paleolitico inferiore arcaico), risalente a ondate di migrazioni di ominidi arcaici durante il Gelasiano, il periodo più antico del Pleistocene.
Quindi le due diverse industrie sono state prodotte da due diverse specie umane arcaiche. E il bambino "gigante" della Valle del Giordano e l’Homo georgicus di Dmanisi non sarebbero della stessa specie. Il che significa che gli archeologi hanno scoperto una nuova specie, un anello mancante nell'evoluzione umana, e che le migrazioni in Africa avvennero in più ondate, in un lasso di tempo che le separa tra loro dai 200.000 ai 300.000 anni.?
Per Alon Barash non c'è dubbio: "Data la differenza tra le dimensioni e la forma di questa vertebra e quelle riscontrate in Georgia riteniamo evidente e senza equivoci la presenza di due ondate migratorie distinte". Da un altro punto di vista, la paleoantropologa Miriam Belmaker (Università di Tulsa) afferma in sintesi: Una delle principali domande rispetto alla diffusione umana fuori dall’Africa sono le condizioni ecologiche. In teoria si discute se gli antichi ominidi, lasciando le foreste africane, avessero preferito un habitat di savana o di bosco umido. La scoperta di due specie diverse a Dmanisi e Ubeida, concorda con un clima diverso: più umido e compatibile con quello mediterraneo vicino al lago, e più secco e boscoso nel Caucaso. Inoltre le due specie hanno prodotto due tipi di utensili di pietra diversi.
In conclusione l’antica migrazione umana dall’Africa verso l’Eurasia, di circa 1,8 milioni di anni fa (nel Caucaso, Repubblica di Georgia), non fu un evento unico, ma è stata seguita da una seconda, di approssimativamente 1,5 milioni di anni, in Israele a sud del lago di Tiberiade, il Mar di Galilea.
Domenica 15 settembre è stato inaugurato dall'arcivescovo di Milano Monsignor Delpini il nuovo Centro Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere, Missionari dal 1850)* di via Monte Rosa, con nuovi spazi (teatro, biblioteca , caffetteria, negozio equosolidale) e il rinnovato allestimento del Museo Popoli e Culture.
Nuova sede, interattivo e multimediale, organizzato secondo criteri tematici e/o cronologici, questo museo conserva una collezione permanente di arte extraeuropea, con circa duecento oggetti provenienti da Asia, Africa, America Latina e Oceania, raccolti dai padri missionari. Come afferma padre Mario Ghezzi, per vent'anni missionario in Cambogia e attuale direttore del Pime, a Milano servono luoghi che parlino del mondo, attraverso gli occhi e gli oggetti dei missionari. Per l'arcivescovo Delpini questo museo è un luogo di incrocio fra orizzonti universali e culture locali, al fine di educare alla mondialità, aggiunge padre Brambillasca (superiore generale del Pime, la cui sede principale è ora trasferita da Roma a Milano).
Il museo è nato nel 1910 con il nome "Museo etnografico indocinese". Infatti i primi oggetti furono portati in Italia da padre Carlo Salerio, partito nel 1852 per la Papua Nuova Guinea con la prima spedizione missionaria del Pime, ma i bombardamenti aerei su Milano nel 1943 li distrussero quasi completamente. E' stato poi continuamente arricchito con nuove collezioni, oggetti spediti dai missionari, lasciti e donazioni. Negli anni '70 ha preso un nuovo nome: "Museo di arte estremo orientale e di etnografia", abbreviato nel 1998 con l'attuale nome. In particolare è possibile osservare in una vetrina il prezioso e antico atlante del Seicento del missionario gesuita Martino Martini, e soprattutto sfogliarlo virtualmente nella vetrina a fianco. La sezione più ricca proviene dalla Cina, con tessuti, ceramiche, bronzi, smalti, giade, avori, ricchi kimono; interessanti gli oggetti legati a buddismo, taoismo, induismo, o al culto degli spiriti, e infine i piumaggi brasiliani.
Infatti è stata allestita nella sala delle esposizioni temporanee del nuovo Museo la mostra "Il grido dell'Amazzonia": un viaggio nel polmone della terra e nelle sue culture indigene, anche attraverso alcuni oggetti della collezione di Raffaele Zoni. La mostra è visitabile fino alla fine di ottobre. (http://www.amazzonia2019.com).
Il giorno prima si era tenuto al Pime il convegno "Il grido dell'Amazzonia: Ricchezza, drammi e sfide di una regione in crisi", in preparazione al Sinodo dei vescovi in programma a Roma dal 6 al 28 ottbre p.v. Nel pomeriggio è stato poi presentato il libro "Viaggio in America Latina", curato da Alberto Caspani per l'Editrice Luni, sulle esplorazioni del brianzolo Gaetano Osculati che nell'Ottocento fecero conoscere l'Amazzonia in Italia. Osculati, dopo aver viaggiato in Egitto, Siria, Arabia e Asia minore , si dedica all'America meridionale, e negli anni 1834-35-36 la attraversa da Montevideo a Santiago e Valparaiso; poi nel 1847-48, sulle orme dello spagnolo Francisco de Orellana del 1500, attraversa per via fluviale l'America Equatoriale dall'Atlantico al Pacifico.
E infine una testimonianza diretta: il bergamasco mons.Giuliano Frigeni, missionario del Pime e vescovo di Parintins, ha raccontato la sua esperienza in Amazzonia, dove vive da ormai quarant'anni.
*Via Monte Rosa 81 - 20149 Milano
Tel. 02 438221 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.pimemilano.it - www.museopopolieculture.it
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