La moschea di Sankoré, sede della celebre università del Medioevo

Sono passati quasi quattro anni anni da quando i jihadisti hanno distrutto i mausolei di Timbuctù, colpevoli di essere venerati dagli abitanti dell'ansa del fiume Niger, ammirati dagli occidentali e dagli "impuri", i non musulmani. Dalla primavera del 2012 fino al gennaio 2013 (data d'inizio di un'operazione militare internazionale che, su iniziativa della Francia, prosegue tuttora), i tuareg di Ansar Dine e altri gruppi legati a Al-Qaïda hanno distrutto a colpi di piccone quattordici mausolei di santi musulmani di Timbuctù e dintorni, e dato la caccia a beni ancestrali ed antichi manoscritti (senza contare le perdite umane). La maggior parte degli antichi manoscritti sarebbe fortunatamente in salvo nella capitalo maliana.

Oggi intere zone del nord del Mali sfuggono ancora al controllo dell'esercito governativo e dei suoi alleati. Ma il mausoleo Alpha Moya, uno dei primi ad essere abbattuto, è stato restaurato usando materiali anche di recupero e tecniche locali. Altri monumenti religiosi sono risorti simili all'originale. Le antiche fotografie, i consigli degli anziani, la tradizione orale hanno restituito i luoghi sacri  dei santi di Timbuctù e di tutte le etnie della ragione. Le cerimonie di consacrazione, la lettura integrale del Corano e la preghiera collettiva hanno fatto il resto.

Questa rinascita coincide con la comparsa davanti alla Corte penale internazionale di Ahnad Al Faqi Al Mahdi, membro di Ansar Dine, sospettato di essere il principale responsabile delle distruzioni di nove mausolei e di una moschea, patrimonio dell'Unesco.

E quasi contemporaneamente, in gennaio, a Timbuctù è stata rapita una missionaria svizzera. Secondo Radio France Internationale la donna sarebbe Beatrice Stockly, e sarebbe già stata rapita nell’aprile del 2012 da fondamentalisti islamici e liberata 10 giorni dopo grazie alla mediazione del Burkina Faso.


25 Febbraio 2013- Non si sa ancora nulla di sicuro sul destino dei manoscritti di Tombouctou. Però si ha notizia di un salvataggio avventuroso organizzato al Centro Ahmed Baba dal professor Abdoulaye Cissé insieme all'addetto alla sicurezza, Abba Alhadi, a partire dal 30 dicembre 2012 (booksblog.it/post/39801). Nascosti in sacchi di iuta usati normalmente per il grano, 28.000 rotoli di pergamene sono stati trasportati in due notti, su carri trainati da asini, fino al fiume Niger, poi su imbarcazioni dirette a Mopti (la prima città ancora sotto il controllo governativo) e infine messi al sicuro a Bamako.

Questa guida culturale di Attilio Gaudio, sulla Mauritania e le antiche biblioteche del deserto, pubblicata in maggio 2002, ricorda nell’introduzione che la Mauritania è un paese sahariano e saheliano, la cui difficile situazione climatica giustifica lo scarso numero di abitanti, circa un milione e mezzo. Un terzo della popolazione, concentrata a sud del 18° parallelo, pratica ancora il nomadismo.

11 febbraio 2013 - Qual è la sorte dei preziosi manoscritti del deserto? Le notizie sono contrastanti. Mentre le truppe francesi e maliane sono arrivate il 28 gennaio a Tombouctou e il 30 gennaio a Kidal, 1.500 chilometri a nord-est di Bamako, sono ripresi i combattimenti nella citta' di Gao (11 febbraio 2013- notizia ASCA-AFP).

Ricerche e studi su un millennio di scritti

Il 14.10.2015 - presso l’Aula Magna del Museo di Storia Naturale di Milano - Maria Emilia Peroschi  ha tenuto una conferenza dal titolo “Abu Ballas Trail. Un’autostrada del deserto?”, nell'ambito del corso di egittologia organizzato dal Centro Studi Archeologia Africana (CSAA - http://www.csaamilano.it/). E’ opinione comune tra gli studiosi che, fin dall’epoca più antica, le piste del deserto fossero molto più trafficate di quanto oggi si possa immaginare.

Foto Ente egiziano: http://it.egypt.travel/attraction/index/abu-ballas

News

  • Etiopia 2020: acqua e fuoco (2)

     

    DIGA SUL NILO AZZURRO - Il riempimento e' iniziato

         

    Cascate del Nilo Azzurro dopo l'uscita dal lago Tana (Foto MGC, 2012)   Queste Cascate, conosciute come Tis Issat o Tissisat in amarico (acqua fumante) sono situate nella prima parte del corso del fiume, circa 30 km dalla cittadina di Bahar Dar e dal Lago Tana.

    E' in costruzione avanzata in Etiopia, nello stato di Benishangul-Gumuz, a circa quindici chilometri a est del confine con il Sudan la diga “Grand Ethiopian Renaissance Dam” o GERD (in amarico : ህዳሴ ግድብ) sul le Nilo Azzurro. Anzi, è iniziato questa estate lo riempimento nonostante l'assenza di accordi con gli stati confinanti. Immagini satellitari catturate tra il 27 giugno e il 12 luglio 2020 ritraggono l'incremento dell'acqua nel bacino a monte della grande diga, come del resto ha dichiarato il ministro delle Risorse Idriche, dell'Irrigazione e dell' Energia etiopico, Sileshi Bekele. Quello della diga è un progetto da circa 5 miliardi di dollari che, una volta ultimato, darà luogo alla centrale idroelettrica più grande dell'Africa, pari solo a quella di Inga, sul fiume Congo, nel Congo Kinshasa (che funziona però al 10/15 per cento della sua capacità). Chiamata anche Grande Diga del Millennio, o diga di Hidase, questa diga etiopica a gravità avrà una potenza installata di 6.450 MW, l’equivalente di sei reattori nucleari.        

    Il Nilo Azzurro (in arabo Baḥr al-Azraq), dalle acque limpide in contrasto con il Nilo Bianco, ha origine dall'Altopiano Etiopico di origine vulcanica, presso il lago Tana. Mentre il Nilo Bianco (con cui confluisce a Khartoum in Sudan, formando il Nilo) ha una portata quasi costante nel tempo, il Nilo Azzurro è caratterizzato da un regime irregolare, alla base delle piene fluviali annuali che hanno segnato la storia dell’Egitto fin dall’antichità. La costruzione e la messa in funzionamento di questa diga hanno quindi alterato degli equilibri millenari e minacciano la stabilità tra i paesi che sfruttano le acque del fiume. Il particolare l'Egitto, la cui vita continua ad essere legata al fusso e deflusso del Nilo.

    Il progetto, già auspicato dall'ultimo imperatore d'Etiopia Hailé Selassié, e approvato una decina di anni fa dall'allora premier Meles Zenawi (che ha posto la prima pietra il 2 aprile 2011), ha subìto ritardi per lo scandalo che ha coinvolto Metec (industria etiope di armi, attrezzature militari e macchinari fondata nel 2010). Il paese ha bisogno di energia pulita, eventualmente da esportare, per diversificare la sua economia prevalentemente agricola, compromessa dalla siccità, e attualmente anche dalle migrazioni delle locuste.  I lavori, iniziati cinque anni fa, sono stati realizzati principalmente dall’italiana Salini Impregilo (senza gara d'appalto), che ha collaborato anche ad altri lavori idroelettrici in Etiopia, e specialmente alle dighe sul fiume Omo, nel sud.

         

    Il Nilo Azzurro a qualche km dalle cascate (foto MCG, 2012)

    I lavori sono stati eseguiti su entrambi i lati del fiume, che è stato deviato durante la stagione secca mediante canali sotterranei o tubature per consentire la costruzione dello sbarramento. Il fiume così scorre nei canali di derivazione ai lati del muro. Durante la stagione delle piogge, l'acqua in eccesso, che non può defluire nei canali, si aggiungerà al lago che va formandosi dietro la diga. Eventualmente saranno chiuse le valvole a barriera di alcuni canali per aumentare il livelli dell'acqua a monte. Come riportato sul sito di Salini Impregilo, una volta terminati i lavori, il  bacino avrà una lunghezza di 1,8 chilometri e una profondità di 155 metri, con una capienza di circa 74 miliardi di metri cubi d’acqua, che saranno sfruttati per produrre almeno seimila megawatt di energia elettrica. Il gettito annuo del Nilo Azzurro è di 49 miliardi metri cubi.

    L’opera è stata autofinanziata, mentre in passato la Banca Mondiale e altre strutture internazionali avevano rifiutato, per non innescare tensioni con i vicini Sudan e soprattutto Egitto (i trattati internazionale del 1929 e 1959 avevano stabilito che i volumi d’acqua del Nilo dovevano essere divisi tra Egitto e Sudan). Etiopia, Egitto e Sudan avevano anche stipulato un accordo sulla creazione di un comitato scientifico, incaricato di studiare l’impatto della diga. Gli esperti avevano consigliato che, una volta ultimato lo sbarramento, durante la fase di riempimento (si calcola che ci vorranno non meno di tre anni) l’Etiopia avrebbe dovuto consentire la prosecuzione di un gettito d’acqua pari a 35 miliardi metri cubi, mentre l’Egitto ne pretende 40. Tuttavia l'Etiopia negli scorsi mesi ha annunciato la volontà di portare a conclusione il progetto, anche senza un accordo con Egitto e Sudan. Una decisione che ha indotto l’amministrazione Trump a bloccare i fondi, ma in soccorso del primo  ministro Abiy Ahmed è intervenuta la Cina.

    Tuttavia, appena ripresi i colloqui sulla spartizione delle acque del Nilo, i due paesi hanno espresso opinioni ancora divergenti (Il Cairo del resto ha sempre espresso perplessità sulla GERD, temendo un'eccessiva riduzione della portata del Nilo). Si prevedono trattative a ripartire da zero per gli scienziati e i politici, con l’intento di creare una reazione a catena, e trovare un accordo con i Paesi coinvolti per un equo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo, sia durante la fase di riempimento, già iniziata, che a regime.

          

    Lago Tana - Bahir Dar (Foto MCG, 2012) - Al tramonto - un pescatore , turisti -

    Il Nilo Azzurro nasce a Gish Abbai, un luogo sacro per la Chiesa etiope, con tre piccole sorgenti nel raggio di 20 metri, a 2 744 metri di altezza.  Il primo europeo a visitare il luogo fu il missionario cattolico spagnolo nel 1618. (vi sorge un venerato santuario). Questa sorgente si versa col nome di Lesser Abbai nel lago Tana.

     

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  • Ricordando Lidia Cicerale

    Lidia Cicerale (prima a sinistra, insieme ad Attilio Gaudio) nel 2000, in una delle biblioteche del deserto della Mauritania (foto Sam Selmou)

    Il Centro Studi Archeologia African (CSAA - www.csaamilano.it ) ha ricordato con una giornata speciale "l'avventura umana e scientifica" di una persona che per trent'anni è stata l'anima e la mecenate di questo centro milanese, sito presso il Museo civico di Storia Naturale di Milano. Erano presenti in molti: gli innamorati dell'Africa e dell'archeologia, la famiglia commossa, e soprattutto i collaboratori, i co-fondatori del Centro, e gli studiosi che via via si sono inseriti ed hanno partecipato alle numerose missioni sul terreno, ricerche, congressi, seminari. "Sarà il nostro modo, hanno scritto gli organizzatori,  per ricordare Lidia Cicerale e per presentare una serie di nuovi contributi alla storia dell’Africa e, più in generale, alla conoscenza della vicenda umana."

    Hanno preso la parola Giulio Calegari e Giorgio Terruzzi, rievocando gli inizi e l'entusiasmo e la disponibilità di Lidia, e insieme a lei gli oltre 30 anni di vita del Centro Studi Archeologia Africana. Poi Gigi Pezzoli, attuale presidente del CSAA, ha presentato "Pierre Reinhard: un ricercatore francescano nel Nord Togo". Altri interventi hanno illustrato esplorazioni e ritrovamenti recenti nel Deserto Libico (Maria Emilia Peroschi e Flavio Cambieri) - il Gran Mare di Sabbia, GSS, e l'origine delle società moderne (Lorenzo De Cola) - il poggiatesta, confronto tra l'etnografia africana e l'antico Egitto (Franco Di Donato) - vita con una famiglia tuareg nell'oasi di Djanet, Algeria (Giovanna Soldini). E poi: Gilberto Modonesi: percezione del mondo nilotico da parte dei Romani - Itala Vivan: musei delle migrazioni, alle porte d'Europa (partendo dalla Porta d'Europa di Mimmo Paladino a Lampedusa) - Barbara Barich: il potere dell'immagine nella preistoria del Sahara. Infine Christian Dupuy (dell'Institut des Mondes africains) ha interpretato arti e società dell'Africa settentrionale in maniera molto interessante , parlando di una "médiation horizontale" (con la vita quotidiana, la sopravvivenza, tutto ciò che circonda l'uomo al suo livello) e la "médiation verticale", lo spazio virtuale del soprannaturale, del magico, del mistero.

    E per concludere, Giulio Calegari, "armato" di uno strumento musicale (comprato da Lidia) che non ha potuto suonare per mancanza di corde, ha lanciato "sguardi spontanei e voli pindarici sull'arte rupestre", e proiettato immagini di graffiti rupestri eritrei, in cui compare lo stesso strumento.

     

     

     

     

  • Costa d'Avorio, migrazione e miele

       Secondo i dati delle autorità italiane e del ministero degli interni della Costa d'Avorio, almeno 1500 ivoriani sono censiti ogni mese sulle coste italiane. E un terzo dei migranti che arrivano in Italia provengono dall'ex colonia francese del golfo di Guinea. Passano da Daloa, nel centro-ovest del paese, o da San Pedro nel sud-ovest, diretti comunque in Libia per poi raggiungere l'Europa. Eppure la Costa d'Avorio, paese poco popoloso e ricco di materie prime agricole come caffè e cacao, esercita, a sua volta, una forte attrazione sugli africani stessi dei paesi confinanti: Togo, Benin, Burkina Faso, Mali, Guinea, Senegal.
    Questa immigrazione dai paesi della sotto-regione francofona era stata favorita dalla Francia. E per tre decenni questa politica liberale aveva dato il diritto  ai "fratelli" dell'Africa occidentale di avere accesso alla terra ivoriana, ai pubblici impieghi e persino a diverse elezioni.
    Il clima è progressivamente e profondamente cambiato. Se i giovani ivoriani sono attirati dall'Europa o dal Canada, i confinanti sono attirati per le stesse ragioni dalla Costa d'Avorio. In effetti, secondo il FMI, questo paese sarà leader nella regione in materia di crescita economica per i prossimi due anni, con cifre tra il 7% e l'8%. Tuttavia in alcune regioni periferiche il tasso di disoccupazione resta alto. Per gli immigrati è difficile trovare lavoro, e più facile entrare nelle spire della criminalità. 
    Gli sforzi dei paesi occidentali, insieme alle nazioni africane terra d'esportazione, dovrebbero favorire il legame tra i nativi e la loro terra, non il land grabbing o l'importazione di manodopera e di cervelli.
    Una piccola iniziativa esemplare da moltiplicare, per legare invece gli africani alla loro terra, è nata nel nord ovest della Costa d'Avorio a Kani, zona tropicale. Qui molti giovani di etnia mossi, provenienti dal Burkina Faso (ex Alto Volta) dove hanno abbandonato le terre d'origine, sono migrati per cercare un improbabile lavoro. Così un giovane missionario del Pime (Pontificio istituto missioni estere), il brasiliano padre Valmir Manoel Dos Santos, ha lanciato un progetto di apicoltura!
    Si chiama "Wend Songda", cioè "onnipotenza di Dio" nella lingua mooré parlata dai mossi. Una piccola realtà in un contesto prevalentemente musulmano (90%), con 7-8% animisti, 2% cristiani e 1,5% cattolici. Con l'aiuto del consiglio parrocchiale di Kani, di alcuni esperti locali e della capitale Abidjan, (ma anche della Fondazione Pime) sono state installate cinquanta arnie e il miele verrà raccolto e commercializzato dalla cooperativa creata allo scopo. In effetti il miele è molto ricercato in tutto il paese, e nella zona la produzione è scarsa. Inoltre il progetto incoraggia anche l'autonomia oltre alla formazione, poiché una volta imparato il "mestiere", gli apicoltori, anche non cristiani, potranno lavorare anche in proprio, senza abbandonare la cooperativa.

  • Etiopia 2020: acqua e fuoco ( 1 )

    ETIOPIA (ed ASMARA) - Guerra contro il Tigray

    In questo anno 2020, segnato dalla pandemia per il Covid-19, si parla poco dell’ Etiopia. Eppure sono due i grandi fatti di attualità: la grande diga sul Nilo Azzurro e il conflitto nel nord del paese. Poi un più recente triste fatto di cronaca: il 12 gennaio 2021 il feretro di Agitu Gudeta è arrivato ad Addis Abeba, dove sarà sepolto per volere della famiglia, e riceverà i funerali di Stato. Una scritta accompagna l'immagine dell'imprenditrice massacrata in Trentino: "La tenacia instancabile". La donna, che aveva fondato l'azienda biologica "La capra felice", è stata uccisa da un suo collaboratore ghanese, sembra per uno stipendio non corrisposto.

      LaregionedelTigray  (fotoMGC§ )               

    Agidu aveva lasciato l'Etiopia dopo aver ricevuto minacce da parte del governo per la sua attività di contrasto al land grabbing, l’accaparramento dei terreni a favore delle multinazionali, un problema che affligge molti Paesi africani. Dopo gli studi all'università di Trento si era stabilita a Frassilongo nel 2010 e aveva fondato il suo allevamento di capre autoctone con produzione di formaggi nei terreni recuperati dall’abbandono nelle montagne trentine.      

    L'Etiopia - Circondata da: Sud Sudan a ovest, Eritrea a nord, Corno d’Africa con Somalia e Gibuti a est, Kenya a sud, L’Etiopia non ha sbocchi sul mare e si può grossolanamente dividere in tre grandi tre grandi regioni morfologiche: l’Acrocoro Etiopico propriamente detto, la Dancalia e l’Altopiano Galla-Somalo. Secondo paese africano per popolazione, i circa 103 milioni di abitanti sono divisi in  oltre ottanta etnie, diverse per lingua, storia, habitat e cultura. I gruppi etnici maggioritari sono Oromo, Afar, Galla, Amhara, Somali, Sidamo, Gurage, Weilata, Tigrini *(6% della popolazione etiopica). E’ la regione di questi ultimi,  il Tigray (nel nord, al confine con Eritrea e Sudan) ad essere teatro di un micidiale conflitto dal 4 novembre 2020. Amministrativamente l’Etiopia è uno stato federale suddiviso in dieci stati regionali semi-autonomi e due città autonome, Addis Abeba e Dire Daua.

                                                                               La regione del Tigray (Foto MCG §)

    Per capire bisogna ora fare un passo indietro. ll Tigray è una regione montagnosa con circa cinque milioni di abitanti (in prevalenza agricoltori e allevatori) di cui circa 500.000 popolano la capitale Makallé. Tigrino è Meles Zenawi, che è stato presidente di transizione dal 1991 al 1995 dell’Etiopia alla caduta del governo del Derg,** per poi diventare primo ministro. Sotto la sua presidenza venne istituito nel Paese, con la Costituzione del 1994, un federalismo su base etnica. Il progetto della grande diga sul Nilo Azzurro (auspicato da Hailé Selassié) era già stato approvato una decina di anni fa appunto con Meles Zenawi, leader del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigré (TPLF) e poi del Fronte Ethiopian People’s Revolutionary Democratic (EPRDF). Il partito di Zenawi (che morì a Bruxelles nel 2012 a soli 57 anni) dirige tuttora la regione del Tigray, ma è importante notare che ha controllato per circa trent’anni l’apparato politico e di sicurezza in Etiopia (rimanendo acerrimo nemico dell’Eritrea, con cui invece il governo attuale di Addis Abeba ha fatto recentemente pace). Invece il giovane primo ministro attuale Abiy Ahmed Alì (42 anni, di etnia Oromo) eletto nel 2018, ha messo fine a due decenni di guerra con Asmara, ed è stato capace di far coalizzare le componenti politiche dei due gruppi etnici più numerosi (Oromo e Amhara) in Etiopia, forse isolando i Tigrini.  

      

    In giugno 2020 erano già iniziati apertamente gli attriti con il governo centrale, quando il Parlamento  federale aveva rinviato le elezioni causa Coronavirus, estendendo di un altro anno il mandato al primo ministro. Così il governo del Tigray aveva indetto le sue elezioni parlamentari, vinte ovviamente dal TPLF.

    In risposta Abiy Ahmed (premio Nobel per la Pace 2019***)  accusa il TPLF di aver attaccato le truppe federali in una base settentrionale, e minaccia un’operazione militare contro la regione dissidente per sostituire le autorità tigrine con “istituzioni legittime". Alle parole: "siete sul punto di non ritorno, arrendetevi pacificamente: il vostro viaggio di distruzione è arrivato alla fine", il leader tigrino Debretsion Gebremichael risponde "siamo persone di principio, non arretreremo di un millimetro". Di qui il taglio dei collegamenti con il Tigray, che respinge l'ultimatum del premier (tempo 72 ore per arrendersi) e l'inizio delle ostilità. L'esercito federale quindi invade il Tigray accerchiandone la capitale. In risposta i Tigrini attaccano con missili e artiglieria obiettivi dell'esercito regolare, distruggono gli aeroporti nelle vicinanze, facendo arrivare missili persino sulla capitale eritrea, Asmara, da dove partivano i raid aerei etiopi. Doveva essere un'operazione lampo, ma il conflitto ha ormai provocato centinaia di morti e numerose migliaia di rifugiati nel vicino Sudan, allontanando la "fase finale" auspicata dal primo ministro.  Il numero dei profughi è andato diminuendo con il passare dei mesi (da 7.000 a meno di 500 al giorno), anche per un incremento della sorveglianza sulla linea di frontiera sudanese, ma un terzo è costituito da bambini e minori di 17 anni. A fine novembre il primo ministro avrebbe dichiarato la vittoria del governo, ma 6 milioni di persone sarebbero ancora bloccate nel Tigray. Nell'est del Sudan nell'ultimo mese sono stati trasferiti più di 20.000 Tigrini, dalle zone frontaliere, verso il campo di Um Rakuba, a circa 75 km dalla città di Gedaref, e si parla di costruire un nuovo campo per i rifugiati verso l'interno. Misteri e silenzi: è certo il pericolo di tumulti violenti e incertezze, rivalità etniche, genocidio.

       Tigrini (Foto MCG§)

    La Commissione Etiope per i Diritti Umani ha comunicato che questo 12 gennaio sono stati uccisi oltre 80 civili, bambini compresi, in un attacco nella regione di Benishangul-Gumuz, al confine con il Sudan. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (HCDH) ha chiesto ad AddisAbeba di poter accedere all'intera regione del Tigray e di proteggere i civili. Intanto è stato chiuso lo spazio aereo sudanese ai confini l'Etiopia per i voli civili. Un convoglio di aiuti internazionali e sette camion della Croce Rossa sono recentemente arrivati a Makallé con medicinali e materiale medico... le notizie, come gli aiuti, sono insufficienti. Lo riporta Esat Tv, canale satellitare dell'opposizione citato dalla Bbc, specificando che numerosi attacchi sono stati lanciati nelle giornate di lunedì e martedì (12 e 13 gennaio). Il rapporto cita ancora "fonti attendibili" che confermano l'uccisione di 130 civili da parte di uomini armati in vari distretti nella zona di Metekel lunedì. "I banditi armati prendevano di mira solo le case dei cittadini di etnia Amhara e Agew, e ne hanno uccisi molti, comprese donne e bambini; gli abitanti dell'area raccoglievano i corpi", hanno detto all'Esat Tv. Durante l'attacco al distretto di Dibate, afferma la stessa fonte locale , "il numero dei morti potrebbe ancora aumentare".

      Nel Cimitero Italiano di Adigrat sono sepolti circa 765 italiani, soldati e civili. (Foto MCG§).  Sono qui riuniti i caduti provenienti dai cimiteri di Adigrat - Acab Saat - Dembenguirà - Abi Abuna - Amba Alagi - Axum - Ugurò - Selaclalà - Enticciò - Biet Mora.

    A  circa 1.000 km a nord di Addis Abeba, nella Regione del Tigray, si trova Adigrat, ultima importante città prima del confine con l’Eritrea. Circondata dalle alte Ambe, Adigrat si trova in una fertile conca, sulla principale rotta commerciale e strategica verso il Mar Rosso. Punto strategico di base e di rifornimenti nella campagna italo-etiopica del 1895-96 (con la conquista dell'Eritrea), e successivamente nella guerra per iniziare conquista dell'Etiopia (1935-36), sulla linea Adua-Adigrat verso sud.

    *I Tigrini , come gli altri popoli degli altipiani, sono un popolo forte. Questo gruppo etnolinguistico vive in gran parte negli altopiani eritrei e nella regione settenrionale del Tigray in Etiopia. Parlano la lingua Tigrinya, che appartiene alla famiglia afroasiatica. La loro religione è il cristianesimo ortodosso, in particolare sono seguaci della chiesa ortodossa etiopica di Tewahedo. Le loro coltivazioni sono in prevalenza il  cereale teff, granoturco, orzo, piselli, lenticchie, cipolle e patate. Come pastori prediligono pecore e capre da cui ricavano pelli e lane per oggetti, coperte e indumenti. Le tipiche case tigrine sono di pietra a pianta quadrata, altre sono tonde col tetto piatto fatto di terra; il focolare è ricavato da una buca nel pavimento, mentre il fumo infilandosi in una brocca rotta come comignolo esce dal tetto. Ma, dato che la legna da ardere è scarsa, i contadini, invece di concimare il terreno, utilizzano il letame per fare il fuoco in cucina. Sui ripidi pendii utilizzano un sistema di irrigazione a terrazzamento. Anticamente c'erano numerose grandi comunità urbane nella regione del Tigray, che fiorirono e crearono molta arte cristiana durante il Medioevo.

    ** Il Derg ("comitato" in lingua amharica) o Governo Militare provvisorio dell'Etiopia Socialista, governò con una feroce dittatura l'Etiopia e l'attuale Eritrea dal 1974 al 1987, ma ne mantenne il controllo fino al 1991. Il suo presidente dal 1977 era Menghistu Hailé Mariam, detto il Negus rosso. Questo Comitato di coordinamento di forze armate, polizia e forze territoriali, aveva detronizzato Selassié nel 1977 e avviato una rivoluzione progressivamente marxista (dopo una lotta tra moderati e radicali) con Menghistu. Hailé Selassié è stato dunque l'ultimo imperatore d' Etiopia dal 1930 al 1974 (a parte l'esilio in Inghilterra durante l'occupazione italiana); imprigionato nel palazzo imperiale, venne assassinato per ordine dello stesso Menghistu. Dopo la guerra, l'Eritrea era stata federata inizialmente all'Impero d'Etiopia dalle Nazioni Unite, mantenendo la propria autonomia. Ma il governo di Addid Abeba smantellò lo stato federale nel 1960, per annettere semplicemente l'Eritrea nel 1962. Soltanto nel 1991 il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo scacciò l'esercito etiope fuori dei confini eritrei, e supportò il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè), movimento etiope di resistenza, per rovesciare la dittatura di Menghistu, che cadde nello stesso anno. Ma nel 1998 l'Etiopia, per un problema di confini, aveva iniziato una guerra con l'Eritrea (da cui si era separata consensualmente nel 1993, con l'indipendenza dell'Eritrea dopo una guerra durata trent'anni). Sia dopo il Negus Rosso che dopo la morte di Zenawi il paese si trovò in condizioni durissime anche per siccità, povertà, tumulti, proteste, repressioni, brogli elettorali, la guerra con l'Eritrea ... Il suo vice Haile Mariam Desalegn si dimette inizio 2018, lasciando il paese vicino ad una guerra civile. Le elezioni portano al governo Abiy Ahmed Alì di etnia Oromo, che fa pace con l'Eritrea chiamandola "amica".

     *** "La guerre est l’incarnation de l’enfer pour tous ceux qui y participent. Je suis passé par là et j’en suis revenu." Le 10 décembre 2019, à Oslo, Abiy Ahmed entame son discours de lauréat du prix Nobel de la Paix par le récit – poignant – de son expérience d’opérateur radio sur le front de Badme, pendant la guerre entre l’Éthiopie et l’Érythrée, en 1998. « Il y a ceux qui n’ont jamais vu la guerre, mais qui la glorifient. Ils n’ont pas vu la peur, la fatigue et la destruction, poursuit-il devant l’auditoire. Ils n’ont pas non plus ressenti le triste vide de la guerre après le carnage".

     § Mila Crespi Gaudio

     

  • Monti Nuba, la resistenza di un popolo (Verona, martedì 3/5/2016)

                          In un’area grande più dell’Austria vive il popolo dei Nuba, circa un milione di abitanti, senza pace.
    Al "Martedì del mondo" del 3 maggio (organizzato dalla rivista Nigrizia) si è parlato della guerra che si sta combattendo da anni nella regione dei Monti Nuba, nello stato sudanese del Sud Kordofan. La serata, moderata da Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia, è iniziata con la proiezione di un documentario A scuola sotto le bombe (20’), realizzato lo scorso dicembre nei Monti Nuba da Francesco Cavalli, vicepresidente dell’organizzazione non profit Amani, e da Matteo Osanna, video maker. I due testimoni hanno spiegato la situazione che hanno trovato sul terreno e perché. Infatti, nonostante tutto, la popolazione nuba (musulmani e cristiani) è decisa a mantenere efficiente il proprio sistema scolastico. Come ha affermato in una recente intervista pubblicata su Nigrizia il vice-governatore dei Monti Nuba, Suleiman Jabuna Mohamed, per i Nuba l’educazione è il modo per affermare il diritto alla salvaguardia della propria diversità culturale e sociale, mentre "il governo di Khartoum usa l’islam come strumento di potere per dominare l’insieme dei popoli sudanesi", attuando una politica di emarginazione, sfruttamento e persecuzione etnica e bombardando con i caccia Mig e Antonov.
    A contrapporsi alla truppe governative sono le milizie dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan/Nord (Spla-N).
     
    Il conflitto nel Sud Kordofan è iniziato nel 1983, quando le popolazioni si schierarono con il movimento di liberazione Spla che si batteva per l’indipendenza da Khartoum. Nel 2005 si è arrivati a un accordo di pace che prevedeva il referendum di autodeterminazione degli stati del sud del paese, e nel luglio del 2011 è nato un nuovo stato: il Sud Sudan. Ma la posizione di tre regioni di confine con il Nord del Sudan – Sud Kordofan, Nilo Azzurro e Abyei – non è stata chiarita, e i tre stati che si erano battuti contro il regime sono rimasti sotto la sovranità di Khartoum. Di qui la ripresa delle ostilità.
    . 

    I Martedì del mondo sono un ciclo di incontri (ottobre-giugno), che si tengono di norma il primo martedì di ogni mese, organizzati da Fondazione Nigrizia, dal Centro missionario diocesano, dalla rivista Combonifem e dal Cestim - Centro studi immigrazione.

     (Fonte: Missionari Comboniani - Vicolo Pozzo 1 - 37129 - Verona - Italia www.fondazionenigrizia.itwww.nigrizia.it )

     

  • Libia 1: Il "ragazzo" con la Nikon

      E' il titolo del nuovo film di Lucio Rosa (Studio Film TV, Bolzano)*, ovvero Libia, antiche architetture berbere, che il regista definisce "fatto con la testa e con il cuore e presenta con queste parole: "Le antiche oasi che gli Imazighen "uomini liberi", i Berberi di Libia, "vestirono" di una splendida architettura, oggi sono quasi tutte abbandonate e cadute nel degrado. È un mondo che sta scomparendo, non essendoci più grande interesse per il recupero e la conservazione della memoria e della storia. Inoltriamoci in questi luoghi, percorriamo queste strade, visitiamo quanto di prezioso rimane di un tempo antico: le architetture sublimi di antiche sontuose dimore, le elaborate architetture con cui si innalzavano magazzini fortificati, i villaggi che accoglievano i mercanti che, con le loro carovane, portavano i prodotti dell'Africa Nera verso i porti del Mediterraneo."

    Questo film ci offre una visita speciale, accompagnati da un fotografo speciale,, con una serie di scatti che, meglio che in un film, fluiscono, a volte con progressivi ingrandimenti, consentendo di osservare i dettagli, accompagnati da preziose informazioni e una musica discreta e solenne. E' quasi un pellegrinaggio, in una regione speciale dal clima estremo in estate e in inverno: l'estremo nord-ovest della Libia, dove il Jebel Nafusha, alto 968 metri, (o Djebel Nefoussa - in arabo : ,الجبل نفوسة o al-Jabal Nefusa, in berbero nafusi: Adrar n Infusen) separa la pianura della Tripolitania dall'ardente Sahara. Qui abitano i Berberi Imdyazen, musulmani ibaditi generalmente considerati gli ultimi discendenti della terza branca dell'Islam, il Khârijismo.

    «Durante le varie missioni svolte in Libia - spiega Lucio Rosa - per realizzare film e ricerche varie (e purtroppo solo fino al 2014 perché poi la Libia è diventata impraticabile) mi sono interessato all’ architettura berbera di diverse oasi, abitate e vissute dai berberi Imazighen fino ai primi anni ’80. Poi Gheddafi, volendo che la sua gente vivesse con i confort occidentali, ha costruito le nuove città in prossimità dei vecchi villaggi, e le vecchie oasi sono state quasi tutte abbandonate e sono cadute nel degrado. È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia»

    Ma chi è Il ragazzo con la Nikon?

    Il regista stesso, che ha scattato migliaia di fotografie, appunto con la Nikon, nel corso degli anni, fino all' “Ultima, nell’aprile 2013… poi il buio per questo splendido Paese”, ricorda con amarezza. Il 23 aprile 2013 il regista era appunto a Tripoli al ministero del Turismo e Cultura per firmare il contratto di un film su Ghadames, la grande oasi ai margini occidentali del Sahara libico nel punto d'incontro di Libia, Algeria e Tunisia. “Ma un attentato all’ambasciata francese ha bloccato Tripoli… fuggi fuggi… imbarco sul primo aereo per riornare in Patria, e il film, con la sceneggiatura e storyboard approvati, è finito nel cassetto. In attesa… Ad oggi è ancora lì, ricoperto dalla polvere del tempo… ma ancora vivo nelle mie intenzioni e speranza… ma verrà il giorno…”

    *Regia, fotografia, montaggio, testi: Lucio e Anna Rosa- Durata: 30'  - Formato: Full HD 16:9

    © Studio Film Tv

  • Segreti nella valle dell'Omo, i popoli

    Valle Dell’Omo 2°

    La valle inferiore del fiume Omo è una regione dalla bellezza misteriosa, con ecosistemi estremamente differenti: rilievi vulcanici, valli e  corsi d’acqua, paludi, praterie e una delle rare foreste vergini primarie dell’Africa semi-arida che danno vita ad una importante biodiversità.  Flora, fauna e gruppi etnici diversi di grande interesse antropologico, intimamente legati alla natura, e solo parzialmente "contattati”. La vita di queste popolazioni è scandita dalle piogge, dalle alluvioni del fiume, dalla transumanza per sfuggire alle punture della mosca tzè-tzè, dalla semina e dal raccolto, dai riti legati alle varie fasi della vita, dai conflitti. Le nuove divisioni amministrative contano nella regione dell'Omo ben 45 gruppi di popoli. Ci sono differenze notevoli, ma anche somiglianze legate a incroci e matrimoni, scambi e commerci, mescolanze e contaminazioni, alleanze e rivalità.

     

     . Lucio Rosa nella Valle dell'Omo, presso l'etnia Hamer

     

     “È un’Africa profonda, quel­la della bassa valle dell’O­mo, scrive su Archeologia Viva, la rivista di Piero Pruneti, il regista Lucio Rosa (che voleva girare il film Lontano, lungo il fiume – l’anima originaria delle tribù dell’Omo, già

    sceneggiato). Qui esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze ed etnie, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la na­tura. Per avvicinarsi a

    questo mondo, cercare di comprende­re l’anima originaria delle tribù che ci vivono, dobbiamo ab­bandonare le nostre certezze e ogni pregiudizio occidentale. Allora potremo cogliere la ric­chezza di un mondo da noi co­sì distante e conoscere

    l’Africa autentica, l’anima originaria di genti “lontane”. Nel nostro im­maginario spesso ci avvicinia­mo a questi popoli pensando fondamentalmente che siano dei primitivi, “selvaggi” – come si diceva una volta e come ora non si dice più per

    pudore ver­so noi stessi – a cui dovremmo insegnare come si vivere sul pianeta … Nel contesto del XXI secolo, dove il nostro apparato economico sta distruggendo interi ecosistemi a un ritmo mai visto, da queste popolazio­ni di pastori

    nomadi come i Ka­ro, i Mursi, gli Hamer, i Daasa­nach, che ancora vivono un’e­sistenza non ancora del tutto contaminata dall’uomo occi­dentale, avremmo molto da imparare, soprattutto dalla lo­ro profonda umanità. Diciamolo chiaro: stiamo

    per­correndo velocemente le strade che porteranno alla distruzio­ne delle culture di quella che fu la culla dell’umanità.“

     

    In effetti, nei giacimenti paleontologici della valle, testimoni del Pliocene e del Pleistocene, sono stati scoperti scheletri di Australopithecus, i crani di Homo sapiens Omo1 e Omo2, ossa di Paranthropus aetiopicus o Australopithecus robustus, un ominide estinto vissuto fra i 2,3 e gli 1,2 milioni di anni fa.

    Ma questa valle non è solo la culla genetica dell’Uomo, ma anche quella culturale, che ci riporta alle origini della società e della civiltà. Cacciatori, raccoglitori, guerrieri, pescatori, pastori, apicoltori, agricoltori, artigiani: sono molti i popoli che vivono lungo l’ Omo o nelle regioni adiacenti, quando il fiume, dopo un cammino accidentato attraverso l’altopiano etiopico, forma ampi meandri in un paesaggio pianeggiante. Il suo corso è stato esplorato in due missioni, dal 1887 al 1997, dal luogotenente d’artiglieria Vittorio  Bottego; le spedizioni erano finanziate dal governo italiano, che, già installato in Eritrea, cercava un ruolo coloniale in Africa come le altre nazioni europee. Bottego ha incontrato, non sempre in modo pacifico, molte di queste etnie.

    Le popolazioni dell’Omo hanno sviluppato da secoli pratiche socio-economiche complesse in funzione delle condizioni ambientali difficili di questa regione semiarida. Oltre alla coltivazione pluviale itinerante, la piena annuale del fiume garantisce un’agricoltura legata alle periodiche inondazioni seguite dal ritiro delle acque. Si produce sorgho, mais, fagioli, patate, banane, caffè e cotone. Dal bestiame (zebù, vacche, ovini, oche …) si ricava carne, latte, sangue, cuoio. Costituisce un capitale di riserva in caso di carestia per la siccità, e viene usato per pagare la dote della sposa. Alcune  tribù (Bodi, che cantano poemi per far prosperare le mandrie, Daasanach, Karo, Mursi, Kwegu, Nyangatom) vivono lungo le rive dell’Omo e ne dipendono completamente. I villaggi di Hamar,  Chai,  Turkana sono più lontani, ma una rete di alleanze interetniche consente loro l’accesso alle pianure inondate, soprattutto in  assenza di precipitazioni. Eppure tra queste tribù scoppiano spesso conflitti, che l’introduzione delle armi da fuoco ha reso più pericolosi. Negli anni settanta anche sulle rive dell'Omo sono apparsi i Kalashnikov, insanguinando gli scontri frequenti anche a causa della competizione per le risorse sempre più rare. Infatti i nativi da anni subiscono la perdita progressiva delle loro terre. Prima la creazione dei due parchi nazionali negli anni 1960 e 1970. Poi negli anni 1980 una parte del territorio è stata trasformata in azienda statale irrigata. In seguito una parte importante delle terre ancestrali è stata concessa a multinazionali o trasformata per la produzione di agro-carburanti. Infine, con  la costruzione delle dighe sul fiume Omo  (Gilgel Gibe I, II, III) e di altre due in programma, i popoli dell’Omo diventeranno profughi ambientali. 

    L’abbassamento del livello del lago Turkana (20 metri in un secolo, con un rialzo di 4-5 metri negli anni sessanta), ha già costretto a migrare i Galeb, riconoscibili per i capelli impastati di cenere e ocra e adornati con belle piume di struzzo. La siccità ha spinto i Mursi, dentro i confini del Mago Park (parco naturale), innescando inevitabili scontri con i Bodi e con i Karo. I Karo e i Mursi hanno i volti e il corpo affrescati con ocra, calce bianca, polvere di ferro e brace di carbone e di legno, o altri minerali colorati (giallo, rosso, blu); si scarificano la pelle e si provocano rigonfiamenti con acqua e cenere. I Mursi si adornano con piume e ossa, e le giovani donne inseriscono un piattino di legno o di argilla nel labbro inferiore  ai lobi dell’orecchio; dopo aver fatto una piccola incisione, sostituiscono dischi di grandezza crescente per espandere il labbro. Si crede che un tempo servisse a scoraggiare il rapimento delle donne da parte degli schiavisti. Gli Hamer vivono nelle savane a occidente del lago Chew Bahir, il lago del sale, in una zona selvaggia circondata da paludi e aride savane. Le loro danze rituali sono sensuali: celebrano i matrimoni, il raccolto, le iniziazioni dei giovani. Le donne Surma invece portano degli anelli ai lobi delle orecchie e sulle labbra prima di sposarsi. Borana sono pastori seminomadi di buoi, vacche e zebù, e si considerano l’etnia primigenia del gruppo Oromo. Sono orgogliosi e bellicosi; l’assassino borana si fa crescere un lungo e solitario ciuffo di cappelli, e chi non ha ucciso nessuno non è degno di sposarsi. Si spostano, con le mandrie e le capanne di canne,  tra le terre dei Konso e il bacino del fiume Giuba, verso il Kenia.. I Konso vivono fra le colline a sud del lago Chamo. Popolo di agricoltori sedentari di origine cuscitica (substrato etnico più antico dell'Etiopia e delle regioni nordorientali del Sudan), sono bravi musicisti, coltivano con grande cura e abilità i prodotti  locali che vendono o scambiano in grandi mercati, punto d’incontro con popoli di pastori. Nei loro campi terrazzati si innalzano piccoli totem, i Waga, legati al culto degli antenati di cui raffigurano la vita, la storia, il passato.

    Ogni etnia ha le sue peculiarità, ma dappertutto si pratica la religione animista, la poligamia, il potere assoluto dei maschi, le scarificazioni corporali, la nudità, o al massimo un telo intorno ai fianchi. E la comunicazione avviene principalmente attraverso i corpi: abbelliti, incisi, cicatrizzati, adornati con oggetti diversissimi, dipinti e colorati, acconciati con pettinature fantasiose, ciuffi su cranio rasato, trecce,  riccioli. Servono a comunicare, a identificare il clan o gruppo, a esprimere personalità e sentimenti: fiducia, seduzione o paura, affetto, coraggio, aggressività, senza la mediazione della parola. (Mila C.G.)

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • 2016 Nigrizia: Libia e la sfida dell' IS

    Come ogni martedì, Nigrizia organizza un incontro-dibattito-informazione su un argomento di attualità. Il 5 aprile 2016 (ore 20,30 – sala Africa dei Missionari Comboniani in Vicolo Pozzo 1, Verona) si parla di Libia, la sfida del Gruppo Stato Islamico. Sarà un dialogo tra il direttore di Nigrizia, p. Efrem Tresoldi, con il prof. Antonio M.Morone, ricercatore in Storia dell’Africa all’Università di Pavia. “La guerra non è il mezzo adeguato per sconfiggere il terrorismo del Gruppo Stato islamico (Is) né tantomeno per portare stabilità in Libia». È un passaggio del documento contro la guerra, lanciato il 9 marzo dalle riviste missionarie e dell’area nonviolenta.  

    “La Libia rappresenta il classico esempio - scrive Nigrizia- degli orrori occidentali, applicati nel sud del mondo. Con la complice collaborazione delle petromonarchie del Golfo e dell’Egitto." Orrori, quindi errori, smania di potere, di risorse, di territorio, di appalti. Si dimentica  “che la Libia, -continua Nigrizia- come l’abbiamo imparata a conoscere sugli traffici illegali di armi, persone e droga, all’accesso alle risorse minerarieatlanti, non esiste più.  Dopo 42 anni di tirannia gheddafiana, i poteri formali non contano più nulla. E quelli informali sono impegnati ad arraffare ciò che vale tra Sahara e Sahel: dai traffici illegali di armi, persone e droga, all’accesso alle risorse minerarie"..”  Tripoli, novembre 2009 (foto Mila C.G.)

    Sarà possibile una soluzione politica? L’obiettivo è la spartizione del paese tra le potenze interventiste e i loro referenti locali? E’ il momento di agire con la forza?  “Magari con l’avallo dell’Onu. - conclude Nigrizia- al di là dei vari schieramenti in campo (il governo di Tobruk e quello di Tripoli; laico il primo, islamista vicino ai Fratelli musulmani il secondo) e delle decine se non centinaia di bande armate che controllano più o meno grandi fette di territorio”.

    Per informazioni: Fondazione Nigrizia Onlus: 045.8092390 - Centro Missionario Diocesano: 045.8033519  - Missionari Comboniani -  37129 - Verona -Tel. 045.8092290 -www.fondazionenigrizia.it   www.nigrizia.it   www.museoafricano.org

     

     

     

     

  • Scoperti utensili paleolitici in India

    I risultati dei lavori di un'équipe britannica (pubblicati sul quotidiano online The Independent) sembrano aggiungere nuove ipotesi alle teorie sull'evoluzione umana.

    Nel sito archeologico di Attirampakkam, nel sud-est dell'India (60 km da Chennai, Tamil Nadu) sono stati scoperti strumenti antichi di almeno 385.000 anni, epoca che coincide con il periodo in cui questa tecnologia sarebbe stata utilizzata per la prima volta dall'uomo moderno in Africa. Finora si pensava invece che L'India avesse conosciuto questa tecnica tra 140.000 e 46.000 anni anni fa, con la migrazione dall'Africa dell'uomo moderno. Questa scoperta anticiperebbe questa migrazione dall'Africa verso l'Asia ad almeno 400.000 anni fa; sarebbe quindi più antica di quanto si pensava? Oppure gli ominidi indiani di quell'epoca hanno sviluppato una propria cultura del Paleolitico Medio? E ancora: si tratta di uomini moderni o di Neandertaliani o di altre specie arcaiche?

      Rimangono quindi molti interrogativi, soprattutto  per la mancanza di resti umani associati alle scoperte. Anche perché in passato si era parlato di utensili di un milione e mezzo di anni! 

  • Charles de Foucauld: cent'anni dalla scomparsa

      Al Pime di Milano (via Mosé Bianchi 94) si parlerà mercoledì 12 ottobre 2016 (ore 21) dell'attualità di Charles De Foucauld a cent’anni dalla sua morte.  "Sorella ANTONELLA FRACCARO delle Discepole del Vangelo, grande conoscitrice del “Fratello Universale”, cerca di tradurre nella quotidianità della sua vita, insieme alle consorelle, la spiritualità di De Foucauld, declinata in uno dei tanti «piccoli nidi di vita fervente e laboriosa» che sono nati dalla sua ispirazione, a servizio di Dio nell’adorazione eucaristica e nell’annuncio rispettoso e discreto del Vangelo." Il suo intervento, precisa il Centro Missionario, si inserisce nel ciclo di incontri dell’OTTOBRE MISSIONARIO PIME 2016 sul tema: “FRONTIERE. PERCORSI DI RIFLESSIONE AI CONFINI DELL’ESISTENZA”.

    Inoltre, sabato 3 dicembre, si terrà a Milano presso la Caritas Ambrosiana (via S.Bernardino 4, ore 10,30) un convegno in ricordo del "piccolo fratello universale".

  • Gaudio tradotto in arabo

    Lo studioso e amico Vermondo Brugnatelli (linguista, docente universitario, ricercatore, esperto di lingua berbera) è venuto quasi casualmente a conoscenza di un libro di Attilio Gaudio tradotto in Arabo.  
                                                                                                                             
         
                                                                                                  
    Recentemente ha partecipato ad un convegno a Tokyo sugli Ibaditi (islamiici non sunniti nè sciiti, unico ramo sopravvissuto dei kharigiti, religione fondata da ‛Abd Allāh ibn Ibāḍ al-Murrī, in Mesopotamia nell'8° secolo).
     
    Qui ha incontrato dei berberi musulmani ibaditi dello Mzab (Sahara algerino) che gli hanno parlato di un "bel libro scritto da un italiano", di cui non ricordavano il nome, che parla delle donne di Ghardaia (città principale della valle dello Mzab), e in particolare di una berbera mozabita. E questo libro era stato perfino tradotto in arabo, e pubblicato a Beirut.
     
    L'autore è proprio Attilio Gaudio (anche se il nome scritto in stampatello sulla copertina è Caudio!) che ha scritto sessant'anni fa “La révolution des femmes en islam” edito da René JULLIARD, 30 rue de l'Université, Paris, 1957. Finora il libro non è mai stato pubblicato in italiano, ma esiste anche il testo in pdf dell'edizione araba.
    Esiste un altro libro di Gaudio sull'argomento, scritto parecchi anni dopo con la collega dell'Agenzia Ansa di Parigi Renée Pelletier:  "Femmes d'Islam, ou le sexe interdit" (editore DENOEL/GONTIER, 1980 - 19, rue de l'Unversité, Paris 7°, collection femme.)
  • Scoperto un altro tempio solare in Egitto

    Sarebbero state trovate in Egitto le tracce di uno degli antichi templi solari costruiti dai faraoni; sarebbe il terzo dei sei di cui si ha notizia. Dedicati al dio Ra e al culto del sole al tramonto, questa tipologia di templi solari compare durante la V dinastia; venivano eretti dai faraoni per assicurarsi lo stato di dei durante la vita (mentre le piramidi garantivano loro l'eternità dopo la morte).  Ubicati ad ovest, da un accesso in penombra si giungeva, attraverso articolati passaggi al buio, ad un cortile sacro inondato dalla luce del sole; al centro, un obelisco e un altare per le offerte. Nei templi a cella invece si passava dalla luce solare al buio.

    Il primo tempio solare di cui abbiamo notizia è quello denominato Nekhen Ra (Fortezza di Ra) eretto 4500 anni fa da Userkaf, primo sovrano della dinastia, nel sito di Abu Ghorab. Si trova nel Basso Egitto, a sud-ovest del Cairo, sulla riva ovest del Nilo, dove inizia il deserto occidentale. 

    Il tempio solare meglio conservato è probabilmente quello di Nyuserra (Shesepu-ib-Ra, Delizia del cuore di Ra), quinto sovrano della dinastia, che regnò per un periodo di 24-35 anni nel 25° secolo a.C.. Fu scoperto dall'inglese Perring nel 1837 ma era già noto con il nome di "Piramide di Reegah”; fu poi studiato dall’ archeologo tedesco Ludwig Borchardt nel 1898. Si trova all’estremità settentrionale della necropoli di Abusir, campo sepolcrale dei faraoni della V dinastia (2465-2323 a.C.) e area centrale, per tutto il III millennio a.C., di quella che fu la più grande necropoli d’Egitto, presso Menfi, capitale durante l’Antico Regno (2575-2150 a.C.), e oggetto di nuovi studi una decina di anni fa.

    Ma per cinquant'anni non si sono verificate nuove scoperte di templi solari. Invece ora, scavando sotto i resti di questo tempio, gli archeologi hanno trovato,  dopo aver tolto la sabbia e i frammenti di pietra, la base di un pilastro di calcare bianco profondo 60 centimetri; poi una base più antica di mattoni e lastre di fango. Inoltre la scoperta di un nascondiglio segreto, con parecchie coppe da birra insabbiate nelle fondamenta (offerta rituale degli antichi Egizi nei luoghi più sacri) indicherebbe di essere in presenza proprio di un tempio solare, più antico e quindi sottostante al tempio di pietra.

    Il professor Massimiliano Nuzzolo (egittologo presso l'Accademia delle Scienze di Varsavia) afferma che si era già a conoscenza che c'era "qualcosa" sotto il tempio di pietra di Nyuserra; il fatto che si sia trovato un grande ingresso fa pensare ad un preesistente edificio, "forse un altro tempio solare, uno dei templi solari scomparsi..."

    Con la fine della V dinastia il tempio solare diventa meno importante. Ritorna poi con il Nuovo Regno, nella città di Amarna, con Akhenaton e il culto monoteistico di Aton, dio del sole e garante di vita. Il culto del sole aveva avuto origine già nel periodo predinastico, con i Shemsu-Hor, gli adoratori del dio sole, il "Signore dei due orizzonti".

     

  • Stonehenge esisteva prima del genere umano?

    La rivista British Archaeology ha pubblicato i risultati di uno studio del ricercatore inglese Mike Pitts, secondo il quale due delle famose pietre di Stonehenge sarebbero preesistenti all'arrivo dell'uomo in Inghilterra. Questo sito, il più celebre ed imponente cromlech (circolo di pietra) della preistoria, si trova ad Amesbury nello Wiltshire, circa 13 chilometri a nord-ovest di Salisbury (sud dell'isola). Le rocce, chiamate Heel Stone (Pietra del tallone), sono poste a 1,75 metri dal centro del circolo, dove si trova la Stone 16, e i loro fori sono allineati con il sorgere e il calar del sole ai solstizi di inverno ed estate.

     Da anni archeologi e storici si interrogano sul significato del misterioso monumento circolare di pietra. La datazione radiocarbonica indica che la costruzione fu iniziata nel 3100 a.C., e si concluse verso il 1600 a.C.. In base alla nuova ricerca invece si pensa che almeno due pietre siano del tutto naturali, sempre esistite in loco.

    Infatti lo stesso Pitts, nel 1979, aveva trovato, scavando vicino al sito, resti di queste pietre, che sarebbero state trascinate a valle dall'azione di un ghiacciaio dalla vicina catena collinare (Marlborough Down) poi abitata dai pastori nomadi del paleolitico e del mesolitico.

    In effetti si è sempre pensato che queste pietre di sarsens (blocchi di arenaria locale), del resto diffusissime in tutta la Gran Bretagna, provenissero dai rilievi vicini e sarebbero rimaste parzialmente interrate; altre, ma moltissimi anni dopo,  sarebbero state trascinate da altri luoghi per completare il monumento.

    Ma perché pietre del tallone? La tradizione racconta che il diavolo "comprò le pietre da una donna in Irlanda, le avvolse e le portò sulla piana di Salisbury. Una delle pietre cadde nel fiume Avon, le altre vennero portate sulla piana. Il diavolo allora gridò, "Nessuno scoprirà mai come queste pietre sono arrivate fin qui". Un frate rispose, "Questo è ciò che credi!", allora il diavolo lanciò una delle pietre contro il frate e lo colpì su un tallone. La pietra si incastrò nel terreno, ed è ancora lì."

     

     

     

  • Libia 2: Il "ragazzo" con la Nikon

      Con questo film, Il ragazzo con la Nikon * (vedi Libia 1), ovvero Libia, antiche architetture berbere, lo sguardo e la macchina fotografica di Lucio Rosa (archeologo, esperto di preistoria ed etnografia) si sofferma soprattutto su Ghadames, la romana Cydamus. Le prime notizie storiche risalgono al Regno di Augusto; fu occupata da Lucio Cornelio Balbo, diventando il punto più meridionale dell'impero romano, avamposto contro le tribù locali, Getuli e Garamanti. I Bizantini vi portarono il Cristianesimo e anche un vescovado. Poi nel VI secolo fu occupata dagli Arabi, che portarono l'Islam... ma l'atmosfera dell'antica città berbera è rimasta, coservata dagli anziani. Ghadamès è divisa in sette quartieri collegati ma autonomi, con propri edifici pubblici e mura; la sabbia si infiltra nelle fessure, nelle scarse aperture, si deposita nel viottoli. Così "il ragazzo con la Nikon" fa rivivere gli antichi quartieri e mercati, le ricche dimore, le torri e i minareti, i magazzini-fortezza per conservare i cereali, il labirinto di stradine sapientemente orientate per i venti e la luce. Incontra i rari passanti, che scivolano via quasi al buio, visita le abitazioni, ammira gli oggetti, le pareti bianche di calce con disegni geometrici  berberi e simboli esoterici, sale sulle terrazze delle case, sotto il cielo, il regno delle donne.

    Poi gli scatti immortalano il villaggio di Fursta: stretti sentieri si arrampicano sulle pendici del Jebel Nafusha, dove molti Berberi si installarono nel VII secolo in fuga dall'invasione araba. Case diroccate, porte divelte, un frantoio, una bianca  moschea che risalta  contro la  nuda montagna; all'interno, le colonne allineate, dai capitelli bizantini recuperati, reggono ancora la volta dell'oratorio. A Gsar al-Haj restano poche testimonianze, a parte lo straordinario "castello berbero", costruito nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla. E' un originale magazzino a forma di anello, le cui mura contengono oltre cento cellette su più livelli. In basso, parzialmente interrato, si conservava l'olio: più in alto, raggiungibili con scale e passaggi sopraelevati, le altre derrate alimentari.

    Anche la ricca oasi di Derdj è in rovina; l'imponente fortezza controllava dall'alta falesia a strapiombo sulla pianura il traffico di merci tra l'Africa Nera e il Mediterraneo. A Nalut invece è ben conservato il granaio per immagazzinare cereali e olio, una magnifica costruzione fortificata quattro secoli fa contro i Turchi. Infine Gsar Gharyan, a 600 metri di quota, con il suo "castello delle grotte". Le più antiche tribù berbere del'altopiano di Nafusah erano troglodite e scavavano case nel terreno alla profondità di 8-10 metri per proteggersi dal caldo e dal freddo: una serie di stanze e magazzini non più abitati, ma ancora oggi visitabili.

     *Regia, fotografia, montaggio, testi: Lucio e Anna Rosa- Durata: 30'  - Formato: Full HD 16:9

    © Studio Film Tv (pubblicazione foto gentilmente autorizzata dall'Autore)

  • Stop allo sviluppo ecocida?

    Se tutti conoscono il significato della parola ecologia (dal greco casa, ambiente e discorso, studio), delle sue branche scientifiche e dei vari termini derivati, l’ecocidio può apparire misterioso. Anche perché tra i primi significati su internet si trova un concetto minaccioso (espresso da Jeremy Rifkin nel suo saggio omonimo): “ascesa e caduta della cultura della carne”. In realtà ecocidio significa distruzione dell’ambiente naturale, danno ambientale esteso. E Rifkin, partendo dalla sacralizzazione dei sacrifici umani e animali, basandosi su dati antropologici, ecologici, economici, afferma che l’evoluzione del consumo della carne nei paesi occidentali industrializzati porta malattie, enormi squilibri ambientali, spreco di grandi quantità di cereali, aumento di povertà e fame nei paesi del terzo mondo. Anzi, studiando in particolare l’evoluzione della geografia agricola della Francia, ritiene che la propensione ecocida della popolazioni rurali prima della Rivoluzione Francese abbia coinciso che la prima ondata sconsiderata dell’industrializzazione moderna

    . Siccità in Somalia (foto Attilio Gaudio, circa 1960)

    Di modello di sviluppo ecocida si parlerà martedì 07 febbraio 2017 a Verona (Nigrizia, Sala Africa dei Missionari Comboniani, Vicolo Pozzo 1 – ore 20,30). Ad affrontare il tema sarà Stefano Squarcina, esperto di politiche ambientali e di cooperazione allo sviluppo, in particolare con l’Africa. Le attività economiche umane rappresentano sempre più un pericolo per la sopravvivenza dei viventi e del pianeta stesso. E’ urgente mettere in pratica le misure sottoscritte da oltre 190 paesi dell’ONU negli accordi di Parigi nel 2015. In precedenza, infatti, lo Statuto di Roma (Art.8, 2b, iv) della Corte penale internazionale (firmato nel 1998, entrato in vigore nel 2002 e modificato nel 2010) non aveva incluso l’ecocidio tra i “crimini internazionali contro la pace” insieme al genocidio; si erano opposti Regno Unito, Usa e Paesi Bassi. I danni “diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale” erano stati inseriti tra i crimini di guerra. Quindi l’ecocidio sarebbe un crimine in tempo di guerra ma non in tempi di pace.

    Ma i rifugiati climatici nel mondo sono ormai più di 180 milioni. Deforestazione, siccità, distruzione delle zone umide, erosione dei suoli e conseguente ulteriore impoverimento delle popolazioni hanno raggiunto in Africa dei livelli di criticità mai conosciuti nella storia dell’umanità. Durante l’incontro di Nigrizia verranno discusse misure per combattere il “debito climatico”, azioni a favore della “giustizia climatica” (ad esempio riorientamento della fiscalità a fini climatici o transizione energetica), nuove forme e meccanismi di finanziamento della politica di cooperazione internazionale, soprattutto europea, verso l’Africa e altre aree del pianeta. Occorre ripensare le politiche di intervento nei paesi impoveriti, favorire un’agricoltura sostenibile, la decarbonizzazione dell’economia, la protezione e democratizzazione dell’uso delle risorse idriche potabili e non, la lotta alle emissioni di gas ad effetto-serra, alla deforestazione, ecc... Il problema non presenta solo aspetti climatici, politici e macroeconomici, ma anche etici e sociali a tutti i livelli, come il land grabbing (acquisizione su larga scala di terreni agricoli soprattutto in paesi in via di sviluppo) la costruzione di grandi dighe, lo spostamento di grandi masse di popolazione, l’esproprio di aree tribali o di piccoli appezzamenti preziosi l’autosufficienza alimentare, la dipendenza dalle sementi ogm, le estese monoculture per la produzione di materie prime o biocarburante per i paesi ricchi, la delocalizzazione delle grandi industrie, persino i parchi nazionali con ambigua protezione di flora e faura ma con bracconaggio commerciale e privazione dei diritti di caccia tradizionali dei nativi … infine la globalizzazione.